venerdì 24 marzo 2017

Età minima per la responsabilità penale

Minimum age of criminal responsibility, years (March, 2017)

Legislazione riguardante l'uso della Cannabis nel mondo

World cannabis laws

Tassazione media del reddito delle imprese in Europa

Average corporate income tax rates in Europe & surrounding countries

Zone e paesi dove la Meningite è endemica



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L'Impero Veneziano nella sua massima estensione

stato do mar

Vite quasi parallele. Capitolo 52. Mare mare mare

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Il vicepreside Priamo Conti rimase completamente sbalordito quando venne a sapere, in seguito ad una soffiata da parte del suo fedelissimo alleato di partito, il democristiano Tullio Baccarani, direttore della Bancaccia, che il comune di Cervia aveva intenzione di costruire una strada proprio in una fetta dell'ampio terreno antistante alla villa che apparteneva da generazioni alla sua famiglia.
Tale strada avrebbe dovuto collegare la via Milazzo con la via Giove.
Siccome l'indennizzo in caso di esproprio era stato preventivato a livelli risibili, Conti decise che l'unica soluzione era vendere quel terreno a un prezzo superiore a qualche pollo disposto a lasciarsi spennare.
Si rivolse al suo mentore, il Senatore Leandri, il quale promise di interessarsi della faccenda.
Leandri, però, aveva informatori migliori, e dunque venne a conoscenza del fatto che il Comune di Cervia aveva deciso di accantonare quel progetto, dal momento che, in fin dei conti, quella strada era del tutto inutile.
Il Senatore, però, non riferì a Conti ciò che aveva appreso.
C'è una regola fondamentale che contraddistingue gli Italiani: la famiglia prima di tutto.
Per questo il Senatore preferì comunicarlo a sua moglie Caterina Ricci, affinché lo riferisse allo zio Ettore, che da tempo cercava "uno sbocco al mare" per la Contea di Casemurate.
E dato che la strada principale di Casemurate è la Cervese, la cittadina balneare di Cervia era il luogo naturale dove espandersi.
Appena Ettore Ricci fu informato, prese subito in mano la situazione e la gestì da par suo.
Non poteva certo trattare in prima persona, perché Priamo Conti avrebbe sentito subito odore di fregatura.
Incaricò dunque il fido Michele Braghiri, affinché trattasse l'affare come prestanome.  
Una volta che ci fosse stato il trasferimento di proprietà, sarebbe poi seguita una successiva donazione a beneficio di Ricci, e il fedele amministratore avrebbe avuto come compenso una quota dell'immobile.
Quando Michele Braghiri ne parlò con sua moglie Ida, lei ebbe un'idea:
<<E se, dopo aver comprato il terreno a tuo nome, ce lo tenessimo noi? Abbiamo già messo da parte abbastanza soldi per renderci indipendenti. Potremmo costruire un albergo, metterci in proprio>>
Lui scosse il capo:
<<Ma sei impazzita? Guadagno molto di più come Amministratore Delegato del Feudo. E soprattutto conosco tutti i segreti del bilancio aziendale. E un giorno questi segreti ci torneranno utili>>
Lei sbuffò:
<<Sentì, sono trent'anni che mi dici di aspettare, ma io non ne posso più di fare la governante! Io voglio godermi la vita! E vorrei farlo prima di diventare vecchia!>>
Michele allora le si avvicinò e disse sottovoce:
<<Ti prometto che nel giro di cinque anni al massimo, avrò in mano tutti gli elementi per ricattare Ettore Ricci e ottenere per noi una fetta enorme del suo impero>>
Ida rimase pensosa:
<<Cinque anni sono lunghi. Non so se ne avrò la pazienza>>
Lui la guardò con i suoi occhi grigi e freddi:
<<Ci sono momenti in cui l'unica virtù che può essere d'aiuto è la pazienza>>
Lei decise di fidarsi di suo marito:
<<E va bene. Facciamo a modo tuo. Ma io mi aspetto molto>>
<<Ne avrai ancora di più>>
Convinta la moglie, Michele Braghiri fece ancora una volta la sua parte.
Comprò la terra a suo nome, con i soldi di Ettore Ricci, poi, trascorso il tempo necessario, gliela donò in cambio una parte dell'immobile.
Ettore era raggiante:
<<Caro Michele, muoio dalla voglia di vedere la faccia che farà Priamo Conti quando scoprirà che nelle terre che ci ha venduto per un tozzo di pane non passerà nessunissima strada! Voleva fregarci ed è rimasto fregato lui, quel minchione!>>
Michele Braghiri sorrise, con quella sua faccia da faina, che nascondeva molti più segreti di quanti Ettore Ricci avrebbe mai potuto immaginare.
Non bisogna mai credersi troppo furbi, perché c'è sempre qualcuno più furbo di noi, pronto a farci le scarpe. E così come Conti era stato fregato da Ricci, quest'ultimo a sua volta sarebbe stato fregato da qualcun altro, molto vicino a lui, su cui aveva riposto troppa fiducia, e di cui aveva sottovalutato la scaltrezza.

giovedì 23 marzo 2017

Vite quasi parallele. Capitolo 51. Piove sul bagnato

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A Casemurate e dintorni non si parlava d'altro. In ogni punto di ritrovo, le comari formavano assembramenti e bisbigliavano tra loro. La fonte principale, come sempre, era la governante di Villa Orsini, Ida Braghiri, regina del pettegolezzo.
Il luogo era quasi sempre il negozio della "donna coi baffi", la Lucia Biasoni.
<<Allora, ci sono novità da Villa Orsini?>> chiese, lisciandosi i baffoni gialli.
<<Ieri è venuto il Senatore Leandri, insieme al giudice Papisco e alla Signorina De Toschi in persona. Poi è arrivato l'assessore Tommaso Monterovere, col fratello Romano, il padre di Francesco.
Hanno confabulato per un bel po' di tempo, nello studio di Ettore Ricci, che per l'occasione aveva chiamato anche Onofrio "Compagnia Bella" Tartaglia, che è diventato ispettore capo.
Era presente anche mio marito Michele, in qualità di amministratore delegato del Feudo. Quello che si sono detti è segretissimo, per questo entro domani lo sapranno tutti>>
Le comari rimasero a bocca aperta, con gli occhi fissi, come grasse oche in attesa del pasto.
<<E allora, cosa si sono detti?>> chiese la Biasoni
<<Sembra che si siano messi d'accordo su un "equo indennizzo" per le terre dove passerà il Canale, il che è una buona notizia per tutti i proprietari, anche se la maggioranza delle terre sono proprietà dei Ricci-Orsini e dei loro soci, gli Spreti di Serachieda e i Zanetti Protonotari Campi>>
La Biasoni continuava a tormentarsi i baffi:
<<E cosa vorrebbe dire "equo indennizzo"?>>
La Braghiri, con le mani sui fianchi, dichiarò:
<<Vuol dire che la Regione pagherà un sacco di soldi per quelle terre. Soldi che andranno a finire nelle tasche di Ettore Ricci, di Ercole Spreti e di Saverio Zanetti. Sempre loro... >>
La Biasoni si strappò un baffo per la rabbia:
<<Insomma, piove sul bagnato! Strapiove sul bagnato!>>
Ida Braghiri annuì:
<<Esattamente. Piove sul bagnato... o come si suol dire, soldo chiama soldo... e questo vale anche per il fatto che alla fine, a coronare questo accordo, le famiglie hanno dato l'assenso al matrimonio di Silvia con Francesco Monterovere. I due piccioncini si amano, su questo non ci sono dubbi, ma i loro parenti hanno sempre guardato le cose in un altro modo. Adesso vedono i vantaggi. I Monterovere diventeranno soci dei Ricci-Orsini, degli Spreti e dei Zanetti. Un'unica grande famiglia, che vorrebbe controllare un territorio che va da Faenza fino al mare... poi vi racconterò anche la storia dei terreni che Ettore ha comprato a Cervia e di quelli che Enrichetta Monterovere ha comprato a Casal Borsetti. Sì, piove proprio sul bagnato... >>
Questa serie di notizie gettò il pubblico delle comari nella costernazione.
Avevano sperato di sentire il resoconto di una lite furibonda, magari anche di un'ennesima disgrazia famigliare, e invece si trovavano davanti ad un successo diplomatico che univa l'utile col dilettevole.
La Lucia Biasoni si strappò altri ciuffi dai baffoni da tricheco:
<<Io dico che non potrà durare. E' una nave che sta diventando troppo grande, e sta viaggiando troppo veloce. Presto o tardi finirà contro qualche scoglio e farà naufragio, perché nella vita, prima o poi, si fa sempre naufragio>>

mercoledì 22 marzo 2017

Vite quasi parallele. Capitolo 50. La Guerra delle Due Rose

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Nel conflitto tra la famiglia Monterovere e il clan Ricci-Orsini, riguardo alla questione del Canale Emiliano Romagnolo e delle terre confiscate, si potrebbe vedere, in piccolo, si parva licet componere magnis, una miniatura di ciò che fu la Guerra delle Due Rose tra gli York (Rosa Bianca) e i Lancaster (Rosa Rossa), nell'Inghilterra di fine medioevo.
Secondo questo ironico parallelismo, i Monterovere, per le loro convinzioni politiche di sinistra potevano essere sicuramente il partito della Rosa Rossa e i Ricci-Orsini, per le loro alleanze politiche di centro-destra, potevano essere rappresentati dalla Rosa Bianca. 
I due capi-fazione erano Romano Monterovere ed Ettore Ricci.
Ognuno di loro espresse la propria perplessità sulla relazione tra Francesco e Silvia, ma ognuno lo fece a modo suo.
Ettore Ricci partì subito alla carica giocando l'asso di bastoni:
<<Se ti sposi quello lì, io ti diseredo!>>
La minaccia era credibile, dal momento che nel 1973 ancora non era stata introdotta la quota di legittima nell'ambito della successione mortis causa.
Ma dal momento che Silvia non aveva mai mostrato alcun interesse ai beni patrimoniali dei genitori, la minaccia cadde nel vuoto:
<<Meglio! L'eredità Orsini è come l'Oro del Reno, porta disgrazia a chiunque ne venga in possesso!>>
Ettore fraintese:
<<Disgrazia? Vorresti forse insinuare che sono un disgraziato?>>
Silvia fece segno di no con l'indice:
<<Ma no, è la nostra famiglia che ha subito duri colpi. E io non voglio portarmi dietro questa maledizione. Mi chiamo fuori da ogni questione di soldi. Ho il mio stipendio e mi basta>>
Lui ridacchiò:
<<Ti basta? E dove andrai ad abitare, dopo che io ti avrò cacciato di casa? Sotto un ponte?>>
Silvia si accorse che il padre aveva gli occhi lucidi e capì che stava bluffando:
<<Non ne saresti capace, papà. In fondo non sei così cattivo come fingi di essere. In ogni caso, io e Francesco faremo un mutuo, per un appartamento in città>>
Ettore assunse un atteggiamento beffardo:
<<Ah ah, sì, bello, due cuori e una capanna! Commovente! Ma hai idea di quanto sono alti i tassi di interesse, dopo la crisi petrolifera? E poi, cosa offriresti in garanzia? Andresti alla Bancaccia, dal caro cugino Goffredo a chiedere un occhio di riguardo?>>
Silvia sospirò:
<<Sai bene che non lo farei. Non ho mai voluto una raccomandazione dai nostri "illustri" parenti. Non voglio avere debiti con quella gente, nemmeno con i figli di zia Ginevra. Questa forse è la principale differenza tra me e te>>
Lui si indignò:
<<Cosa vorresti dire? Forse che Ettore Ricci ha bisogno di raccomandazioni? Baggianate! Ho avuto onori più grandi, ai miei tempi!>>
Lei conosceva bene quel tono:
<<Non so se le hai chieste, ma di sicuro non le hai mai rifiutate in passato e non lo farai ora, nel momento del massimo bisogno. Tutta la questione dell'esproprio delle terre per il Canale gira intorno all'entità dell'indennizzo.
Immagino che alla fine il caro cugino Senatore Edoardo Leandri riuscirà a farti spuntare un buon prezzo. Potrebbe essere persino un affare. In fondo sono terre aride, e la vicinanza di un canale di irrigazione aumenterebbe decisamente il loro valore>>
Ettore rimase impressionato:
<<Per essere una che disprezza il denaro, mi sembra che te ne intendi fin troppo, figlia mia. Forse ti ho sottovalutata. Avrei dovuto farti studiare qualcosa di utile, tipo economia e commercio, ma come si fa... una donna non può occuparsi di queste cose>>
Silvia si accigliò:
<<Tu dici, papà? Hai capito ben poco delle donne. La sorella di Francesco, Enrichetta Monterovere, è diplomata ragioniera e dirige i lavori per il Canale di Bonifica "Destra di Reno", vicino a Casal Borsetti. Praticamente là è tutta terra dei Monterovere. Altro che Feudo Orsini, loro hanno un'Azienda che fa soldi a palate, e sarebbe molto più conveniente, per te, allearti con loro, invece che stare lì a litigare per questioni di puntiglio>>
Lui socchiuse gli occhi:
<<Enrichetta Monterovere è un mastino! Ed è la prediletta di Romano. Scommetto la mia reputazione che quel vecchio taccagno lascerà tutto la lei, mentre tu e il tuo Francesco resterete con le pive nel sacco!>>
Silvia sorrise:
<<Staremo a vedere. C'è anche un terzo fratello, Lorenzo. Nessuno lo tiene mai in considerazione, ma potrebbe essere quello che farà più strada. Zitto zitto, lui diventerà un Barone universitario, e credimi, papà, essere un Barone Universitario conta molto di più, al giorno d'oggi, che aver sposato la figlia di un Conte!>>
Gli occhi di Ettore si fecero opachi, come se stesse guardando lontano:
<<Tu non ci crederai, ma io ho sposato Diana per amore. Sì sì, ridi pure! Lo so che sono stato un vero idiota a illudermi che lei potesse ricambiare i miei sentimenti. Ma quando aveva vent'anni era di una bellezza che lasciava senza parole. Le è bastato uno sguardo, con quei suoi occhioni... e io sono rimasto incastrato>>
Silvia sapeva che lui era sincero:
<<Dovreste ricominciare a parlarvi. State invecchiando... un giorno potrebbe essere troppo tardi...>>
<<E io che pensavo di spedirla a vivere con te a Forlì! Lei e la sua Contessa Madre, e magari anche Ida Braghiri e tutta quella sua cagnara di figli e nipoti>>
<<Potrebbe farlo sul serio, papà, e tu ti ritroveresti solo in questa grande casa piena di fantasmi e di brutti ricordi>>
Ettore si sentì improvvisamente, per la prima volta in vita sua, vecchio e stanco:
<<Ci sarebbero ancora le mie sorelle e magari verrebbe a stare qui anche mia madre, la maestra Clara, che è tutta la vita che desidera piantare le radici nel Salotto di Emilia Orsini>>
Silvia sorrise:
<<C'è posto per tutti, qui. Per la nonna Clara, la nonna Emilia, per te e la mamma, per le tue sorelle, per la famiglia Braghiri e credo anche per me e il mio futuro marito, quando capirai che con i Monterovere si può arrivare ad un accordo. Mi piacerebbe che i miei figli crescessero qui in campagna, amati da una grande famiglia unita. Può ancora succedere. Sarebbe un gran bene per tutti e soprattutto per te>>
In quel momento Silvia intuì che un figlio suo e di Francesco avrebbe potuto favorire i buoni rapporti tra le due famiglie e persino all'interno delle famiglie stesse. 
I bambini a volte possono compiere simili miracoli e ricomporre le più antiche fratture.
Le venne in mente l'incipit del Riccardo III, che indicava una possibile fine della Guerra delle Due Rose: "L'inverno del nostro scontento si è fatto estate sfolgorante sotto i raggi di questo sole di York"


martedì 21 marzo 2017

Vite quasi parallele. Capitolo 49. Come Giulietta e Romeo

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La storia d'amore tra Francesco e Silvia fu contrastata dalle loro famiglie, per una ragione che sembra appartenere all'epoca di Shakespeare. 
Ma andiamo per gradi.
All'inizio, prima dell'amore e prima ancora dell'amicizia, per Silvia e Francesco ci fu l'appartenenza comune a un gruppo di amici-colleghi che amavano trascorrere insieme le serate e le vacanze.
Ci furono viaggi a Parigi, Londra, Praga, Vienna, Budapest,e in altre capitali europee.
Ci furono vacanze in Sardegna, alle Tremiti, alle Baleari, in Croazia a Dubrovnik e in Grecia.
Anni di spensieratezza e di divertimento, tra il 1970 e il 1973, durante i quali maturò prima una certa attrazione fisica, poi una vera e propria passione e infine un sentimento destinato a crescere per sempre.
Silvia fu certamente più fortunata di sua madre Diana, perché alla fine riuscì a sposare l'uomo che amava, ma non fu affatto facile.
Del resto gli amori contrastati sono sempre i più romanzeschi.
Ettore Ricci, prima ancora di apprendere dell'innamoramento di Silvia e Francesco, il figlio del suo grande nemico Romano Monterovere, era già in rotta di collisione con la figlia, di cui disapprovava i viaggi e lo stile di vita a suo giudizio troppo disinibito e dispendioso.
Un esempio di questa disapprovazione rimase negli annali.
L'episodio avvenne quando, di ritorno da Parigi, Silvia si era fatta spedire un tavolino Luigi XV da mettere nel Salotto Liberty, perché in fondo il Rococò e il Floreale vanno d'accordo.
Ettore guardò quel fragile tavolino con orrore, immaginando quanto fosse costato e profetizzò:
<<Non arriverà ad aprile>>
Lo disse in dialetto romagnolo, per enfatizzare il concetto: "un'arivarà ad abril"
Si sbagliava: esiste ancora oggi, ma in altro salotto, quello della residenza forlivese della famiglia Monterovere.
Ma il vero dramma si ebbe quando, nel 1973, Silvia e Francesco ufficializzarono il loro fidanzamento.
Francesco aveva scelto come "location" per la sua formale richiesta di matrimonio un luogo collinare davvero romantico, chiamato Oriolo dei Mille Fichi.
Un anello di zaffiro e diamanti sigillò la loro promessa (purtroppo tale anello fu rubato più di quarant'anni dopo, quando la residenza dei Monterovere a Forlì fu ripulita da una banda di immigrati, indirizzati lì dalla badante dell'ultracentenaria ex governante degli Orsini, la decrepita Ida Braghiri).
Quando l'ufficializzazione del fidanzamento fu comunicata alle famiglie, la reazione fu molto problematica.
Sia i Monterovere che i Ricci-Orsini, manco fossero i Montecchi e i Capuleti magicamente catapultati negli Anni Settanta del XX secolo, reagirono con freddezza, se non addirittura con palese ostilità.
Manco a dirlo, il più contrario di tutti a queste nozze fu Ettore Ricci.
Non è il caso di riportare la sfilza di bestemmie e imprecazioni varie contro tutti i santi del paradiso, e nemmeno gli appellativi non lusinghieri destinati alla figlia.
Il suo bersaglio divenne subito il futuro genero.
Il fatto che sua figlia sposasse un intellettuale squattrinato era una cosa inconcepibile.
<<Scommetto che è un comunista come tutti i Monterovere! Che poi fanno i comunisti, ma hanno i soldi a palate! Facile per loro fare i comunisti con i soldi degli altri!>>
Anche quest'ultima frase fu pronunciata efficacemente in dialetto: "fe' i comunestar cun i baioc ad chietar".
Biasimò se stesso per aver tollerato che la figlia studiasse in quel covo di comunisti che era l'Università di Bologna, e che poi lavorasse in quell'altro covo di comunisti che era la Pubblica Istruzione.
Si vantò di avere solo la quinta elementare, nonostante sua madre, la maestra Clara, lo avesse pregato di proseguire gli studi, <<perché ero intelligente, io, cosa credi!>>
Poi passò all'inevitabile confronto con le sorelle di Silvia.
Ettore infatti avrebbe preferito di gran lunga un matrimonio come quello della terzogenita Isabella, che seguendo le orme della sorella primogenita Margherita, maritata ad Ercole Spreti di Serachieda, aveva contratto nozze prestigiose con un altro nobile latifondista, Saverio Zanetti Protonotari Campi di Villa Erbosa,  il quale aveva accresciuto l'estensione del Feudo Ricci-Orsini, e cioè 
Saverio Zanetti era  proprietario di una delle vigne più preziose della zona, nella Tenuta dell'Erbosa, che comprendeva anche frutteti e orti a coltivazione intensiva.
Di fatto, la preziosissima Tenuta dell'Erbosa, dove Isabella e Saverio erano andati a vivere col figlioletto Alessio, fu annessa all'ormai sterminato Latifondo Ricci-Orsini-Spreti-Zanetti.
Quello sì che era stato un affare!
Il Feudo andava oltre i confini stessi della Contea di Casemurate, toccando la Caserma, Pievequinta, San Zaccaria, San Pietro in Campiano e altre simili metropoli.

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E poi naturalmente Ettore si scagliò contro Romano Monterovere, socio amministratore dell'Azienda che stava realizzando il progetto del Canale Emiliano Romagnolo, destinato a spezzare in due il Feudo Orsini-Ricci-Spreti-Zanetti, con requisizioni previo equo indennizzo.
Ettore Ricci aveva incontrato di persona Romano Monterovere prima di sapere che i loro figli si fossero innamorati.
L'incontro tra i due futuri consuoceri era terminato quasi in una rissa.
Per tutto il tempo non avevano fatto altro che disputare una sorta di braccio di ferro sulle loro reciproche amicizie politiche in alto loco.
Ettore Ricci aveva citato suo nipote il Senatore Leandri, democristiano, oltre che il solito cognato giudice Papisco, e il figlio di lui, Goffredo, direttore della Bancaccia, e naturalmente l'immancabile Signorina De Toschi, oramai in quota andreottiana.
Si trattava di pezzi grossi, senza dubbio, ma non sufficienti per spaventare la famiglia Monterovere.
Romano Monterovere aveva nominato in primis suo fratello Tommaso, dirigente comunista e assessore alle opere pubbliche della Regione Emilia-Romagna, e in secundis suo cognato Mario Lanni, avvocato socialista e assessore alle infrastrutture del comune di Ravenna.
Ma la più ostile di tutti fu la zia di Francesco.
Anita Monterovere, che aveva sperato che il nipote sposasse una sua giovane collega insegnante elementare, si sentì tradita e defraudata, soprattutto quando venne a sapere che la prescelta di Francesco era considerata un'ereditiera.
Evitò accuse dirette, ma si capiva lontano un miglio che si era messa in testa l'idea che suo nipote stesse tentando una scalata sociale.
I fratelli di Francesco e le sorelle di Silvia si mantennero inizialmente neutrali, per quanto tutti loro, facendo inconsciamente conto sull'idea che il primo rimanesse scapolo e la seconda nubile, incominciarono a rimpiangere tutta quella parte di eredità che avrebbe preso la via per Forlì.
Unici parenti favorevoli da parte di Francesco erano sua nonna Eleonora, la sorella di lei Athina e il marito di quest'ultima, il pro-pro-zio Carlo Bassi-Pallai, un vecchio quasi centenario che aveva commentato senza mezzi termini : 
<<Questa Silvia ha proprio un bel sedere a mandolino!>>
Da parte di lei la situazione era più complessa, ma c'erano comunque degli alleati di rilievo.
La madre Diana e la nonna Emilia avevano dato la loro approvazione e il loro sostegno.
In tutta questa faida tra il clan Monterovere e il clan Ricci-Orsini, Francesco e Silvia si ritrovarono ad essere, proprio in un periodo di grandi conquiste sociali e civili come gli Anni Settanta, a vivere una situazione simile a quella di Giulietta e Romeo.
Fortunatamente per loro, le cose andarono a finire meglio rispetto ai due personaggi shakespeariani.

lunedì 20 marzo 2017

E' morto a 101 anni il banchiere David Rockefeller: ecco l'albero genealogico della sua potentissima famiglia.

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David Rockefeller (New York12 giugno 1915 – Pocantico Hills20 marzo 2017) è stato un banchiere statunitense nonché uno dei fondatori del gruppo Bilderberg e della Commissione Trilaterale. Era considerato il Leader del Nuovo Ordine Mondiale.

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David è stato il più giovane dei figli di John Davison Rockefeller Jr., l'ultimo ancora in vita, il patriarca della famiglia. La sua ricchezza è stata stimata da Forbes in circa 3 miliardi di dollari[1], e per questo è sempre stata presente nelle classifiche delle persone più ricche del mondo. Tra le attività non imprenditoriali ha figurato la presidenza del Museum of Modern Art di New York nel periodo 1962-1972 e poi nuovamente 1987-1993. Nel corso della sua lunga carriera dirigenziale ha ricoperto ruoli di rilievo in alcune delle più grandi aziende del mondo (di cui ha detenuto anche quote azionarie) come la Exxon Mobil (figlia della Standard Oil fondata dal nonno John Davison Rockefeller) o la General Electric.
Divenne poi molto famoso anche per le sue attività lobbistiche. Infatti è stato ritenuto uno dei membri fondatori del Gruppo Bilderberg ed è stato presidente dal 1970 al 1985 del Council on Foreign Relations (di cui è stato presidente onorario), inoltre per sua iniziativa è nata la Commissione Trilaterale.
È stato inoltre presidente e amministratore delegato della Chase Manhattan Bank, nel 2000 l'azienda si è fusa con la J.P. Morgan & Co. dando vita alla JPMorgan Chase, una delle più grandi banche del mondo che Rockefeller ha diretto personalmente; è stato il più grande azionista singolo della compagnia, avendone posseduto quasi il 2%.

Non-governmental leadership positions

Onorificenze

Onorificenze statunitensi

Medaglia Presidenziale della Libertà - nastrino per uniforme ordinariaMedaglia Presidenziale della Libertà
— 15 gennaio 1998
Legionario della Legion of Merit - nastrino per uniforme ordinariaLegionario della Legion of Merit
— 1945
Army Commendation Medal - nastrino per uniforme ordinariaArmy Commendation Medal

Onorificenze straniere

Commendatore dell'Ordine della Corona (Belgio) - nastrino per uniforme ordinariaCommendatore dell'Ordine della Corona (Belgio)
Gran Croce dell'Ordine Nazionale della Croce del Sud (Brasile) - nastrino per uniforme ordinariaGran Croce dell'Ordine Nazionale della Croce del Sud (Brasile)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - nastrino per uniforme ordinariaCavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia)
— 2000
Cavaliere di I Classe dell'Ordine del Sacro Tesoro (Giappone) - nastrino per uniforme ordinariaCavaliere di I Classe dell'Ordine del Sacro Tesoro (Giappone)
— 1991
Grande Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana (Italia) - nastrino per uniforme ordinariaGrande Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana (Italia)
«Su proposta della Presidenza del Consiglio dei Ministri»
— 13 gennaio 1972[2]
Cavaliere dell'Ordine Nazionale del Cedro (Libano) - nastrino per uniforme ordinariaCavaliere dell'Ordine Nazionale del Cedro (Libano)
Fascia dell'Ordine dell'Aquila Azteca (Messico) - nastrino per uniforme ordinariaFascia dell'Ordine dell'Aquila Azteca (Messico)
Cavaliere dell'Ordine di Manuel Amador Guerrero (Panamá) - nastrino per uniforme ordinariaCavaliere dell'Ordine di Manuel Amador Guerrero (Panamá)
Gran Croce dell'Ordine del Sole del Perù (Perù) - nastrino per uniforme ordinariaGran Croce dell'Ordine del Sole del Perù (Perù)
Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Elefante Bianco (Thailandia) - nastrino per uniforme ordinariaCavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Elefante Bianco (Thailandia)
Cavaliere dell'Ordine di Francisco de Miranda (Venezuela) - nastrino per uniforme ordinariaCavaliere dell'Ordine di Francisco de Miranda (Venezuela)

Vite quasi parallele. Capitolo 48. Benedetto sia il giorno, e il mese e l'anno e la stagione, e il tempo e l'ora e il punto...

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Sostiene una nota canzone primaverile che per innamorarsi basta un'ora
Non fu così per Francesco Monterovere e Silvia Ricci-Orsini. 
Non ci fu il cosiddetto "colpo di fulmine" in stile petrarchesco, con lui che viene trafitto dalla freccia di Amore non appena la vede, il venerdì santo del 1327, e benedice quel giorno e quel luogo in uno dei suoi più famosi sonetti.
Niente di tutto questo. Nella realtà le cose vanno diversamente, almeno nella grande maggioranza dei casi.
Francesco Monterovere e Silvia Ricci-Orsini si conobbero il primo ottobre del 1970, quando lui divenne il collega di matematica nella sezione dell'Itis di Forlì in cui lei insegnava da alcuni anni.
La fama di Francesco lo precedette.
La prof. Romualdi, che era stata sua compagna di studi, lo descrisse così a Silvia:
<<Mah, è un tipo strano. Dicono che venga dai monti. Ha dei modi bruschi, si mangia le parole. E poi ha messo in programma delle cose assurde: la logica, gli insiemi, le relazioni... sta dei mesi a parlare di quella roba. E poi è un fanatico di quelle cose strane di elettronica... non so cosa siano, li chiamano calcolatori... delle macchine assurde, totalmente inutili... sai, la classica americanata,.. Lui poi è una testa calda, un ribelle, uno che ci tiene a scandalizzare i borghesi... ah, povera Silvia, non so come farai a sopportarlo>> 
Quando iniziò l'anno scolastico, come si è detto, avvenne l'incontro destinato a unire due grandi famiglie e a generare un figlio la cui dedizione alla memoria degli antenati e al futuro dei discendenti fu inferiore soltanto alla sua voglia di raccontare storie e scrivere romanzi.
Così nascono a volte le grandi dinastie: per puro caso, e per un amore così imprevedibile che spesso inizia con una litigata.
Ma cerchiamo di ricostruire insieme quello che accadde nel giorno quasi petrarchesco in cui avvenne il loro primo incontro.
Silvia non era molto alta di statura, ma nascondeva astutamente questo fatto avvalendosi della moda degli Anni Settanta: i pantaloni svasati, a zampa o a palazzo, le permettevano di indossare tacchi vertiginosi senza dare scandalo.
Si avvalse per almeno una decina d'anni di questo trucco, tanto che suo figlio, nato nel 1975, ebbe una sorta di "imprinting" relativo alla moda di quegli anni e in particolare ai capi indossati da sua madre, e come in un perfetto Complesso di Edipo, sviluppò un amore quasi feticistico per quel tipo di abbigliamento, che rendeva ai suoi occhi più attraente e desiderabile una donna.
Fu così anche per il padre, naturalmente, e prioritariamente.
In quel fatidico giorno, Silvia vide avvicinarsi quel giovane molto alto, dai capelli folti e castani, gli occhi nocciola screziati di verde, l'aspetto imponente e serio, da far soggezione.
<<Immagino che tu sia la collega di lettere. Mi hanno detto che sei una letterata d'eccezione e una latinista insuperabile>>
<<Oh, che esagerazioni! Sono solo una che ha studiato molto>>
<<Ma per essere bravi in latino bisogna essere anche molto intelligenti. E' una materia logica>>
<<Be', grazie>>
<<Di niente, ma... ehm... ho sentito dire anche altre coseChe i tuoi genitori sono nobili, hanno un feudo addirittura, e conoscenze nell'alta società>>
Lei cercò di minimizzare, col suo solito undestatement:
<<Mah, a dire il vero mio padre è un normalissimo contadino arricchito e mia madre una nobile decaduta. Hanno delle terre, ma è più che altro un'azienda agricola. Abbiamo qualche parente che ha fatto carriera, ma io non ho mai voluto favori. Quello che ho fatto, l'ho fatto con le mie forze. Ma, per curiosità, chi è che ti ha detto queste cose?>>
Lui la squadrò con attenzione:
<<Hai presente i lavori per il Canale Emiliano-Romagnolo?>>
<<Sì, certo. Dovrà proprio passare per le terre di mio padre. Lui teme un esproprio da parte della regione. E' arrabbiatissimo per questa storia>>
Francesco sorrise:
<<Ecco, tu pensa che i lavori per il tratto della Romagna Centrale sono stati affidati all'Azienda Escavatrice e Idraulica Fratelli Monterovere, che è attualmente diretta da mio padre.
E' lui che ha preso informazioni sul Feudo Ricci-Orsini e temo proprio che tra i nostri genitori potrebbe scoppiare una guerra>>
Silvia rimase di sasso:
<<Ma pensa che scherzo del destino! Mi ritrovo come collega di sezione il figlio di un nemico di mio padre... Neanche in un romanzo si potrebbe immaginare una cosa del genere!>>
<<Mi pare che la storia dei Ricci-Orsini assomigli molto ad un romanzo. Mio padre mi ha raccontato delle storie veramente strane su certi episodi del passato>>
Silvia si rabbuiò:
<<Tutte sciocchezze! Sono solo chiacchiere. E spero bene che tu non dia alcun credito a queste chiacchiere. Noi siamo persone per bene. Non dimenticarlo!>>
Detto questo, Silvia tirò dritto per il corridoio, facendo ticchettare i suoi tacchi alti, mentre Francesco la fissava con un interesse nuovo, perché gli piacevano le donne battagliere, specie quelle che combattevano indossando i tacchi...

domenica 19 marzo 2017

Quadri

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Vasily Polenov, "Overgrown Pond", 1879.
Gustave Moreau, Giotto, c.1882
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Edward Burne-Jones, "The Beguiling of Merlin", 1872-1877

L'immagine può contenere: 1 persona, spazio all'aperto

Frank Cadogan Cowper - Vanity


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God Speed - Edmund Blair Leighton (1853-1922)

L'immagine può contenere: 1 persona, spazio all'aperto


Hieronymus Bosch, "Ascent of the Blessed", 1490.
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Edwin Deakin, "Dent du Midi (Castle of Chillon, Lake Geneva)", 1894.

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sabato 18 marzo 2017

Leaks e Spoiler sulla trama di tutti gli episodi della Settima Stagione di Game of Thrones

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EPISODIO 1

Gli estranei marciano al sud della Barriera, Bran raggiunge il Castello Nero e incontra Ed l’Addolorato, ora Lord Comandante.
Sansa e Jon discutono su cosa fare delle casate del Nord che non sono state loro fedeli combattendo insieme ai Bolton. Sansa Stark e Lyanna Mormont vogliono dare le loro terre a chi ha combattuto al loro fianco, Jon non vuole ritenere responsabili i figli degli Umber e dei Karkstar per le scelte fatte dai padri.Jon impone la propria decisione: d’ora in poi comanderà il Nord diversamente da quanto è sempre stato fatto.
Daenerys e le sue navi arrivano a Dragonstone, entra nella vecchia sala della guerra con ancora il tavolo e la mappa di Stannis, si gira verso Tyrion e dice: “Cominciamo?”

EPISODIO 2:

Jon riceve un corvo da Dany dove chiede a tutti i Lord del Nord di presenziare a Dragonstone per discutere.
Sansa resta al comando di Grande Inverno insieme a Spettro (a quanto pare il budget per i metalupi non c’è nemmeno quest’anno).
Dorne e Alto Giardino vengono saccheggiate dai Lannister, Jaime si confronta con Olenna e alla fine lei gli rivela la verità sulla morte di Joffrey: è stata lei insieme a Ditocorto ad orchestrare tutto il piano. Jaime le consente di bere del veleno e suicidarsi prima di essere catturata dall’esercito.
La flotta di Euron attacca quella di Yara e la distrugge, prendendola prigioniera. Theon riesce a scappare lanciandosi in mare, viene salvato da un altro Uomo di Ferro.
Anche Euron attacca Dorne, uccidendo due Serpi delle Sabbie e prendendo Ellaria in ostaggio.

EPISODIO 3:

Jon e Davos arrivano a Dragonstone e incontrano Tyrion sulla spiaggia e li porta al cospetto di Dany. Lei vuole che Jon si inginocchi al suo cospetto, lui si rifiuta e le racconta della minaccia dei White Walkers, alla quale Dany non crede. Davos prova a raccontare della resurrezione di Jon ma lui lo zittisce. Tyrion si schiera dalla parte di Jon, confortando Dany sul fatto che non è un pazzo. Dany rispetta Jon immediatamente, il sentimento non è ricambiato.
Jon incontra Theon e gli risparmia la vita solo per aver aiutato Sansa a fuggire.
Arya incontra Nymeria, il suo vecchio metalupo, tornando a Grande Inverno (ahhh, ecco che fine aveva fatto il budjet!).
Jorah e Sam si incontrano alla Cittadella e insieme trovano una cura per il Morbo Grigio.
Bran arriva a Grande Inverno e Meera decide di tornare a casa.

EPISODIO 4:

Arya arriva a Grande Inverno. Dany brucia qualche Lord di Westeros con i suoi draghi, compresi il padre e il fratello di Sam Tarly. Tyrion dissuade Dany dall’attaccare direttamente Approdo del Re temendo per la vita di troppi civili. L’armata Lannister si scontra contro i draghi di Dany, Jaime viene quasi ucciso ma salvato all’ultimo momento da Bronn.
Jon capisce che l’unico modo per unire tutti i lord contro i White walkers è catturarne uno vivo da mostrargli.

EPISODIO 5:

Sam lascia la cittadella con Gilly e il figlio, Jorah guarito si riunisce con Dany a Dragonstone.
Jon riceve un corvo da Grande Inverno che lo avvisa che Arya e Bran sono lì. Jaime e Bronn si incontrano segretamente con Davos e Tyrion, quest’ultimo prova a persuadere il fratello a convincere Cersei ad arrendersi prima della venuta dei draghi, ma viene ignorato.


EPISODIO 6:

Jon e gli altri uomini del Nord si uniscono alla Fratellanza senza vessilli, tra loro c’è anche il disperso Gendry, e insieme provano a catturare un Non Morto. Jon è a capo di un piccolo gruppo composto da Beric, Thoros, Tormund, Jorah e Gendry, ma vengono attaccati dall’esercito del Re della Notte, Thoros muore ucciso da un orso polare zombie (ma siamo su Lost o The Walking Dead? fatemi capire).
Vengono circondati intorno ad un lago ghiacciato, ma Dany li salva all’ultimo momento. Purtroppo il Re della Notte uccide Viserion, facendolo resuscitare come un drago di ghiaccio. Jon viene quasi ucciso nello scontro ma suo zio Benjen lo salva all’ultimo momento, sacrificandosi per lui.
Jon promette di rinunciare al suo titolo di Re del Nord se Dany lo aiuta a sconfiggere i White walkers.

EPISODIO 7:

Sansa decide che Ditocorto dovrà morire, Arya lo uccide. In precedenza lui aveva perfino tentato di metterle l’una contro l’altra usando una vecchia lettera scritta da Sansa mentre veniva costretta dai Lannister. Bran aiuta Sansa a vedere il piano di Ditocorto.
Cersei si risveglia in un letto pieno di sangue, probabilmente ha avuto un aborto di un altro bambino di Jaime.
Sam e Bran capisc ono chi sono i veri genitori di Jon, il suo vero nome è Aegon (i lettori inziano a piangere e ridere convulsamente fino allo svenimento) alla sua nascita è stato anche reso legittimo, quindi non è un bastardo.
Jon e Dany fanno sesso sulla barca che li riporta al Nord.
Alla fine dell’episodio la Barriera cade definitivamente, il Re della Notte la distrugge grazie a Viserion versione zombie.

Viene anche riportata una scena che non si sa ancora in che episodio collocare:

Jon mostra lo zombie a Dany e Cersei, la regina Lannister prova a farlo uccidere dalla Montagna, ma Jon spiega che è tutto inutile, l’unica arma che si possa usare è il Vetro di Drago. Cersei dice che manderà sicuramente delle truppe al Nord, ma poi confida a Jaime che non è vero: è più facile lasciare uccidere i suoi nemici dagli zombie anziché aiutarli. Jaime è disgustato e decide di andarsene al Nord.

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Vite quasi parallele. Capitolo 47. La Bancaccia

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L'Istituto di Credito di fiducia del Clan Orsini era soprannominato "la Bancaccia", per alcune sue abitudini non proprio consone ai criteri dell'efficienza amministrativa, tra cui l'assunzione di soli raccomandati, il prestito conferito a fondo perduto agli amici e ai potenti e l'abitudine di ricorrere, già a quei tempi, al salvataggio pubblico tramite provvidenziali interventi politici. Il Consiglio di Amministrazione era infatti nominato da alcune Fondazioni le quali a loro volta facevano capo ad alcuni partiti politici molto forti in Romagna.
Il direttore generale, Camillo Baccarani, era infatti un notabile democristiano, che poi divenne deputato.
Ma ancor più della politica, contavano le parentele con le famiglie di spicco.
Non a caso il Presidente del Consiglio di Amministrazione era Edoardo Leandri, il Senatore democristiano marito di Caterina Ricci, figlia di un fratello di Ettore Ricci, e dunque legata a doppio filo col clan Ricci-Orsini.
Per questa ragione il Senatore aveva garantito crediti sempre più consistenti alla Società in Accomandita Semplice "Ettore Ricci & Ercole Spreti" che gestiva il Feudo Orsini e il Latifondo Spreti,  che da soli comprendevano più della metà delle terre della Contea di Casemurate.
C'erano altri possidenti che incominciavano a farsi strada, tra cui un certo Cassio Baglioni, che era anche proprietario di un mulino, e un altro tizio che rispondeva al nome di Luciano Bastiani, proprietario di un enorme pollario. Ma all'epoca questi personaggio erano soltanto delle macchiette.
Il Senatore Leandri, sempre su richiesta dello zio Ettore Ricci, aveva fatto assumere come Capo Ufficio Legale della Bancaccia l'avvocato Goffredo Papisco, figlio maggiore del giudice Papisco e di Ginevra Orsini.
Goffredo Papisco, ormai quarantenne, era noto per le stravaganze del suo carattere.
La sua nomina, per quanto scandalosa, non aveva meravigliato nessuno.
L’Ufficio Legale, infatti, era soprannominato “Ufficio Raccomandati e figli di...”. 
In effetti, a ben vedere, tutti i componenti di tale ufficio, potevano vantare un pedegree di una certa importanza, almeno localmente.
Goffredo Papisco non era sposato: l’unico grande amore della sua vita erano i cavalli (e secondo le malelingue anche gli stallieri). Quando era morto il suo cavallo prediletto, chiamato modestamente “Carlo Magno”, lo aveva fatto imbalsamare e collocare presso una apposita dependance delle stalle di Villa Orsini.
In ufficio Goffredo Papisco si comportava in modo ambiguo: da un lato ostentava umiltà, si faceva dare del tu e chiamare per nome anche dai dipendenti, sembrava tollerante e malleabile, tanto che negli altri uffici si diceva di lui che era “un così buon uomo!”.
Dall’altro lato però il suo carattere mostrava inquietanti segni di lunaticità e nevrosi, e soprattutto repentini sbalzi d'umore.
Alcuni giorni, quando si svegliava euforico, arrivava in ufficio con ritardi imbarazzanti, leggeva tranquillamente il giornale tutta la mattina, si prendeva delle pause-caffè che duravano ore oppure rimaneva come inebetito con lo sguardo perso nel vuoto mentre nel reparto regnava la più assoluta anarchia.
Quando invece era di cattivo umore, cioè quasi sempre, diventava irascibile, dispotico, puntiglioso e provocatorio. Bastava il minimo errore o il più piccolo sgarro di un dipendente per causare drammatiche scenate, crisi isteriche, inquietanti minacce o funeste manie di perfezionismo.
Una tipica rappresaglia che in quei momenti si dilettava a esercitare sui malcapitati che quel giorno gli stavano particolarmente antipatici era quella di far riscrivere loro i documenti ufficiali più e più volte, cambiando le parole, ma non il senso del discorso.
Se per esempio uno scriveva: «Il cliente si è dimostrato inadempiente», il dott. Papisco gli faceva correggere: «Il cliente ha mostrato inadempienze», ma poteva benissimo accadere il viceversa con un altro dipendente, o magari con lo stesso una volta che avesse apportato la correzione.
I componenti dell’Ufficio Legale, però, si erano abituati a queste stravaganze e non ci facevano quasi più attenzione. Erano disposti a passar sopra a tutto, purché non li si costringesse a lavorare sul serio. Ciò sarebbe stato per loro assolutamente inaccettabile.
Per il Vicecapo Ufficio il lavoro in banca era una sorta di “sinecura”: il grosso dei suoi introiti derivava da consulenze esterne a cui dedicava tutto il tempo, comprese le ore di ufficio.
Fortunatamente c’era il giovane dottor Valentini, fanatico giurista, che si faceva carico anche del lavoro degli altri, sia per il gusto di eccellere nella sua materia, sia per una spontanea e talvolta perniciosa energia organizzativa.
Le due raccomandate di ferro erano le signore “Petruzzelli & Baldini”, ironicamente associate come una società commerciale non solo perché amiche e alleate di ferro, ma anche perché i rispettivi mariti, l’ingegner Petruzzelli e il commercialista Baldini, erano soci in affari.
Paola Petruzzelli e Francesca Baldini erano diplomate al liceo classico, non sapevano nulla di questioni di ufficio e tanto meno di questioni legali: a dire il vero non si sapeva neppure quali fossero i loro incarichi e le loro mansioni.
Fondamentalmente la Petruzzelli e la Baldini fungevano da Gazzetta Ufficiale del Pettegolezzo: nulla di ciò che accadeva presso l’alta società cittadina sfuggiva al capillare controllo della rete di amicizie delle due interessatissime signore.
I loro dialoghi perenni toccavano comunque anche altre “essenziali” questioni.
Paola Petruzzelli, bigotta e conservatrice, era specializzata in argomenti tradizionali come aste di beneficenza, iniziative parrocchiali, ricette di cucina, oroscopi, estrazioni del lotto, teleromanzi, parole crociate.
Francesca Baldini, più progressista, era invece l’ arbitra elegantiarum in fatto di ultime mode, acconciature, vestiario, viaggi, villeggiature.
Tra la scrivania della Petruzzelli, alla destra rispetto all’ingresso, e quello della Baldini, alla sinistra, c’era il tavolo di lavoro del ragionier Poponi, un ometto basso e grasso sulla cinquantina, trasandato, scarmigliato, distratto, volenteroso ma mediocre lavoratore. Scribacchiava continuamente scarabocchi incomprensibili su polverosi registri e fogliacci semiaccartocciati, tentava poi di ricopiare sulla macchina da scrivere i suoi appunti, sbagliando continuamente e borbottando tra sé.
Non parlava molto: di lui si sapeva che aveva una famiglia numerosa e problematica, con una moglie gelosissima, una suocera terribile, due cognate nubili a carico e cinque figlie una più brutta e antipatica dell’altra.
Altro personaggio che faceva parte per se stesso era il geometra Cipressi: uomo alto, magro, taciturno, riservatissimo, pareva sempre immerso in qualche fondamentale questione di lavoro, anche se nessuno avrebbe saputo dire esattamente quali pratiche stesse seguendo.
Neppure il Capo ufficio Goffredo Papisco riusciva a svelare il mistero che circondava il geometra Cipressi: quando gli chiedeva di cosa si stesse occupando, Cipressi era evasivo, cupo, terreo, quasi sdegnato. Se veniva messo alle strette, si chiudeva in un ostinato mutismo, interrotto solo da vaghe allusioni a un suo carissimo amico, ex attendente del generale De Toschi. Al che, ogni questione subito si stemperava in un nulla di fatto.