venerdì 15 dicembre 2017

Hyperborea



Iperborea (pronuncia /iperˈbɔrea/) è una terra leggendaria, patria dell'anch'esso mitico popolo degli Iperborei.
Nei miti della religione greca e nelle dottrine dei loro storici (tra cui Erodoto), gli Iperborei (Ὑπερβόρεoι o Ὑπερβόρειoι, "coloro [che vivono] oltre βορέας") erano un popolo che viveva in una terra lontanissima situata a nord della Grecia. Questa regione era un paese perfetto, illuminato dal sole splendente per sei mesi all'anno. L'appellativo di iperboreo viene riferito da Giamblico nel suo catalogo di pitagorici ad Abaris[1] il quale viene appellato in tal modo anche da Nicomaco[2] mentre Eliano riferisce che, a quanto detto da AristotelePitagora era chiamato dai Crotoniati Apollo Iperboreo[3].

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Fonti letterarie sugli Iperborei

Ecateo di Mileto (VI secolo a.C.) colloca gli Iperborei all'estremo Nord, tra l'Oceano (inteso come l'anello d'acqua che la cultura greca immaginava scorrere attorno alle terre emerse come se fosse un fiume) e i monti Rifei.
Ecateo di Abdera (IV-II secolo a.C.), autore di un'opera Sugli Iperborei di cui ci sono pervenuti solo alcuni frammenti, li colloca in un'isola dell'Oceano "non minore della Sicilia per estensione". Su quest'isola, dalla quale è possibile vedere la luna da vicino, i tre figli di Borearendono culto ad Apollo, accompagnati dal canto di una schiera di cigni originari dei monti Rifei.
Esiodo[4] colloca gli Iperborei "presso le alte cascate dell'Eridano (Ἐριδανός) dal profondo alveo". La cultura greca formulò numerose proposte in merito alla sede geografica di questo fiume e due fonti in particolare ci trasmettono la nozione secondo cui l'Eridano sfociasse nell'Oceano settentrionale: Ferecide di Atene[5] ed Erodoto[6], anche se in seguito venne identificato.
Pindaro[7] colloca gli Iperborei nella regione delle "ombrose sorgenti" del fiume Istro (in greco Ἴστρος, l'attuale Danubio). In un passo del Prometeo Liberato Eschilo ricorda la fonte dell'Istro come situata nel paese degli Iperborei e nei monti Rifei; Ellanico di Lesbo[8] e Damaste di Sigeo[9] pongono la sede iperborea oltre i monti Rifei; quest'ultimo, inoltre, ricorda i monti Rifei come situati a nord dei grifoni guardiani dell'oro (si veda a tale proposito il poema di Aristea di Proconneso sugli Issedoni).
Erodoto[10] riassume un poema di Aristea di Proconneso, ora perduto, nel quale l'autore riferiva di un proprio viaggio compiuto per ispirazione di Apollo in regioni lontane, sino al paese degli Issedoni, "al di là" dei quali ci sarebbero gli Arimaspi monocoli, i grifoni custodi dell'oro e infine gli Iperborei, che vivevano in una terra dove il clima era sempre primaverile e piume volteggiavano nell'aria. Bruno Luiselli ricostruisce la posizione degli Iperborei, sulla base di queste indicazioni, come situata in zona uralica.
Per tutte queste caratteristiche idilliache, iperboreo assunse in greco il significato di "felice", "beato".

Iperborea nell'età moderna


Jean Sylvain Bailly(1736 – 1793)
L'astronomo e letterato francese Jean Sylvain Bailly, verso la fine del Settecento, fu il primo autore moderno a tornare a parlare di Iperborea, in alcune tra le sue opere più importanti, tra cui le Lettres sur l'Atlantide de Platon (1779) e l′Essai sur les fables et sur leur histoire (postumo, 1798). Egli unì la tradizione di Iperborea al mito di Atlantide, ipotizzando l'esistenza di un'antichissima civiltà nordica. Bailly, nella sua concezione della storia, sosteneva infatti la tesi secondo cui un'Atlantide Iperborea nordica fosse la civiltà originaria del genere umano, che essa avesse inventato le arti e le scienza e che avesse "civilizzato" i Cinesi, gli Indiani, gli Egizi e tutti i popoli dell'antichità. Egli posizionò questo popolo primordiale nel lontano nord dell'Eurasia, nell'isola di Spitzbergen, nei pressi della Siberia, argomentando che quelle dovevano essere state le prime terre abitabili quando la Terra, originariamente incandescente ed inospitale alla vita secondo le ipotesi paleoclimatiche teorizzate da Buffon e Mairan, aveva incominciato a raffreddarsi. Il costante raffreddamento della Terra le aveva però, successivamente, rese inabitabili e aveva seppellito l'ancestrale territorio di questa civiltà sotto delle lastre di ghiaccio, in modo da perdere completamente le tracce degli Atlantidei, e obbligando i loro discendenti a spostarsi più a sud per colonizzare le altre zone del globo.[11][12][13]
Eppure, sebbene l'antirazzista Bailly non avesse fatto riferimento ad alcun tipo di razza umana, da qui a teorizzare un'origine iperborea della "razza ariana" il passo fu breve. Helena Blavatsky descrisse ne La dottrina segreta una storia fantastica dell'umanità, nella quale Iperborea è rappresentata come un continente polare che si estendeva dall'attuale Groenlandia fino alla Kamčatka e sarebbe stata la sede della seconda razza dell'umanità, giganti androgini dalle fattezze mostruose.
Friedrich Nietzsche ne L'Anticristo dice: "Iperborei siamo - sappiamo bene di vivere al margine. 'ne per mare o per terra troverai il cammino che porta agli Iperborei', già recitava Pindaro di noi. Oltre il Nord, oltre il ghiaccio, oltre la morte- la vita nostra, la felicità nostra..." Si riferisce a se stesso e ai suoi lettori elitari, in quanto già nella prefazione del libro precisa: "Appartiene ai pochissimi questo libro. Non ne è venuto al mondo neppure uno di costoro, forse. [...] V'è chi nasce postumo."
Miguel Serrano, scrittore cileno appartenente al filone occultista neonazista, affermò esplicitamente che Iperborea sarebbe stata la prima casa degli ariani dopo lo sbarco sulla Terra dalla "dimensione del raggio verde", che sarebbe stato possibile grazie a una "fessura cosmica" di Venere. La progenie degli ariani con gli "uomini-bestia" allora presenti avrebbe dato origine all'umanità. Questo tuttavia fece sì che gli iperborei perdessero la grazia originale e che la loro terra sprofondasse dentro la Terra cava, dove, nelle città sotterranee di Shambhala e Agartha, ancora si troverebbero uomini-dei di pura discendenza ariana.
Tra gli scrittori che in una magica terra chiamata "Hyperborea" hanno ambientato le loro storie di fantasia vi sono H.P. LovecraftRobert E. HowardClark Ashton Smith e Miloš Crnjanski.

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Identificazioni

Alcuni anno voluto identificare la terra degli Iperborei con un'ipotetica isola che, alla pari di Atlantide, in tempi antichissimi sarebbe stata sommersa (più di 11.000 anni fa), estesa dalle coste occidentali dell'Irlanda (Hibernia) alla Groenlandia, comprendendo interamente l'Islanda (Ultima Thule).
Altri studiosi hanno identificato Iperborea come l'estremità settentrionale di Atlantide, mentre altri ancora con Thule, altri semplicemente con la Scandinavia e il Nord Europa, terre sconosciute e misteriose per gli antichi Greci.

Note

  1. ^ Giamblico (pag. 921): «Iperboreo: Abaris.». I presocratici, Hermann Diels, Walther Kranz.
  2. ^ Nicomaco (pag. 583, frag. 13): «[A proposito dei prodigi compiuti da Pitagora. Presero parte a questi prodigi Empedocle di AgrigentoEpimenide di Creta e Abaris l'Iperboreo, e spesso anche loro ne compirono di simili. Lo mostrarono con chiarezza le loro opere, e soprattutto i loro soprannomi: quello di Empedocle era "Domatore del Vento"; "Purificatore" era quello di Epimenide, e quello di Abaris "Aerobata"». I presocratici, Hermann Diels, Walther Kranz.
  3. ^ Eliano (pag. 223, frag. 7, tratto dal Varia historia): «Aristotele dice che dai Crotoniati Pitagora era chiamato Apollo Iperboreo.». I presocratici, Hermann Diels, Walther Kranz.
  4. ^ Fr. 150 Merkelbach-West, vv. 21-24.
  5. ^ F 16 a J.
  6. ^ II 115,1.
  7. ^ Olimpiche, 3,13-16.
  8. ^ F 187 b e c J.
  9. ^ F 1 J.
  10. ^ IV 13.
  11. ^ Edwin Burrows Smith, Jean-Sylvain Bailly: Astronomer, Mystic, Revolutionary (1736-1793).
  12. ^ Dan Edelstein, Hyperborean Atlantis: Jean-Sylvain Bailly, Madame Blavatsky, and the Nazi Myth.
  13. ^ David Allen Harvey, The lost Caucasian civilization: Jean-Sylvain Bailly and the roots of the Arian myth.

Bibliografia

Voci correlate

giovedì 14 dicembre 2017

Il regno vichingo di Dublino (839-1171 AD)

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vichinghi invasero il territorio attorno alla città di Dublino (Irlanda) nel IX secolo, creandovi un regno norvegese, il cui territorio corrispondeva per lo più all'attuale contea di Dublino. I regnanti norvegesi di Dublino furono spesso anche co-regnanti e a volte sovrani di Jorvik, nell'odierna Inghilterra. La regione fu conosciuta col nome vichingo di Dyflin (pronuncia dyoov-lin), per poi diventare Dubh Linn nell'irlandese antico e infine Dublino in quello moderno.
Nel 988, il re supremo d'IrlandaMael Seachlainn II, guidò il suo popolo alla riconquista di Dublino. Per questa ragione la fondazione di Dublino viene datata nel 988, sebbene un villaggio esistesse in quel sito da un centinaio d'anni prima della conquista romana della Britannia.
Mael Seachlainn II fu detronizzato da Brian Boru (1002-1014) e i norvegesi ne approfittarono per riconquistare i possedimenti perduti. Il dominio irlandese sull'area di Dublino fu ristabilito nella metà dell'XI secolo coi re di Leinster, anche se la città vera e propria ebbe un re norvegese fino all'invasione dei normanni nel 1171.
Dublino è abbandonata dai norvegesi dal 902 al 917.

mercoledì 13 dicembre 2017

Origini pagane e significati allegorici cristiani dell'albero di Natale come simbolo di vita, salvezza, rinascita e prosperità

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L'albero di Natale è una delle più diffuse usanze natalizie. Viene preparato qualche giorno o qualche settimana prima di Natale (spesso nel giorno dell'Immacolata concezione) e rimosso dopo l'Epifania. Soprattutto se l'albero viene collocato in casa, è tradizione che ai suoi piedi vengano collocati i regali di Natale impacchettati, in attesa del giorno della festa in cui potranno essere aperti.
Nella tradizione milanese l'albero di natale viene preparato a Sant'Ambrogio, patrono di Milano, il 7 dicembre; mentre nella tradizione barese è allestito a San Nicola, patrono di Bari, il 6 dicembre. 
L'immagine dell'albero come simbolo della vita ha origini molto antiche e trova riscontri in diverse religioni.

Origine e significato

Alla base dell'albero natalizio ci sono gli antichissime tradizioni pagane, tipiche di varie culture, di decorare gli alberi sacri con nastri e oggetti colorati, fiaccole, piccole campane e altri oggetti votivi, e la credenza che le luci, che li illuminavano, corrispondessero ad altrettante anime. Allo stesso modo venivano ornati anche i cosiddetti Alberi cosmici della tradizione norrena (Yggdrasil) e germanica (Irminsul) con simboli del Sole, della Luna, dei Pianeti e delle stelle. In particolare l'abete era sacro a Odino, potente dio dei Germani.[1]
L'abitudine di decorare alcuni alberi sempreverdi era diffusa già tra i Celti durante le celebrazioni relative al solstizio d'inverno.Vichinghi dell'estremo Nord dell'Europa, per esempio, dove il sole “spariva” per settimane nel pieno dell'inverno, nella settimana precedente e successiva al giorno con la notte più lunga, si officiavano le solennità per auspicare il ritorno del sole e credevano che l'abete rosso fosse in grado di esprimere poteri magici, poiché non perdeva le foglie nemmeno nei geli dell'inverno: alberi di abete venivano tagliati e portati a casa, decorati con frutti, ricordando la fertilità che la primavera avrebbe ridato agli alberi.Romani usavano decorare le loro case con rami di pino durante le Calende di gennaio.
Con l'avvento del Cristianesimo l'uso dell'albero di Natale si affermò anche nelle tradizioni cristiane, anche se la Chiesa delle origini ne vietò l'uso sostituendolo con l'agrifoglio, per simboleggiare con le spine la corona di Cristo e con le bacche le gocce di sangue che escono dal capo.[2]
Nel Medioevo i culti pagani vennero generalmente intesi come una prefigurazione della rivelazione cristiana. Oltre a significare la potenza offerta alla natura da Dio, l'albero divenne quindi simbolo di Cristo, inteso come linfa vitale, e della Chiesa, rappresentata come un giardino voluto da Dio sulla terra[3]. Nella Bibbia il simbolo dell'albero è peraltro presente più volte e con più significati, a cominciare dall'Albero della vita posto al centro del paradiso terrestre (Genesi2.9) per arrivare all'albero della Croce, passando per l'Albero di Jesse[4]. L'albero natalizio ha una valenza cosmica che lo collega alla rinascita della vita dopo l'inverno e al ritorno della fertilità della natura. L'albero cosmico o albero della vita è stato anche associato alla figura salvifica di Cristo e alla croce della Redenzione, fatta appunto di legno. Secondo una pia leggenda, il legno della croce sarebbe stato ricavato da un ramoscello dell'Albero della Vita del Paradiso Terrestre che l'arcangelo Michele avrebbe donato a Set per portare conforto al padre Adamo moribondo.[5] L'abete, sin dall'epoca egizia è stato posto in relazione con la nascita del dio di Biblo, dai Greci fu consacrato ad Artemide, protettrice delle nascite e sempre dai Greci era ritenuto simbolo della rinascita rappresentata dal nuovo anno.[6] Sarà poi venerato dai popoli dell'Asia settentrionale e, in particolare, dai Celti e dai Germani che lo associavano alla nascita divina e a sua volta alla festività del solstizio invernale. Per il Cristianesimo l'abete diventò simbolo di Cristo e della sua immortalità.[7]
La tradizione dell'albero di Natale, così come molte altre tradizioni natalizie correlate, è sentita in modo particolare nell'Europa di lingua tedesca (si veda per esempio l'usanza dei mercatini di Natale), sia cattolica che protestante, sebbene sia ormai universalmente accettata anche nel resto del mondo cattolico (che spesso lo affianca al tradizionale presepe). A riprova di questo, esiste anche la tradizione, introdotta durante il pontificato di Giovanni Paolo II, di allestire un grande albero di Natale nel luogo cuore del Cattolicesimo mondiale, piazza San Pietro a Roma. D'altronde un'interpretazione allegorica fornita dai cattolici spiega l'uso di addobbare l'albero come una celebrazione del legno (bois, in francese è sia inteso come "albero" sia come "legno") in ricordo della Croce che ha redento il mondo (Padre Thomas Le Gal); si noti la similitudine dell'albero con il pilastro cosmico chiamato Yggdrasill dalla mitologia nordica, fonte della vita, delle acque eterne, cui è vincolato il destino degli uomini: similitudini queste sincreticamente assorbite nel culto cristiano che celebra l'albero di Natale e la Croce stessa. La similitudine tra albero sacro e Croce fu usata anche dai missionari cristiani tra l'VIII e X secolo per convertire i popoli germanici dell'Europa centro-settentrionale.
Il teologo luterano Oscar Cullmann sostiene che l'albero di Natale accoglie, certamente, i miti dell'albero, simbolo del rinnovarsi della vita, delle antiche genti europee (e asiatiche, amerinde ecc.), ma direttamente esso trae la sua origine dagli alberi innalzati, e ornati di frutti e altri simboli cristiani, davanti alle cattedrali cristiane: durante queste cerimonie, quasi liturgiche, si mettevano in scena episodi biblici, come il Genesiaco racconto dell'antro della vita.

Diffusione in Europa e nel mondo

L'uso moderno dell'albero nasce secondo alcuni a Tallinn, in Estonia nel 1441, quando fu eretto un grande abete nella piazza del Municipio, Raekoja Plats, attorno al quale giovani scapoli, uomini e donne, ballavano insieme alla ricerca dell'anima gemella. Tradizione poi ripresa dalla Germania del XVI secoloIngeborg Weber-Kellermann (professoressa di etnologia a Marburgo) ha identificato, fra i primi riferimenti storici alla tradizione, una cronaca di Brema del 1570, secondo cui un albero veniva decorato con mele, noci, datteri e fiori di carta. La città di Riga è fra quelle che si proclamano sedi del primo albero di Natale della storia (vi si trova una targa scritta in otto lingue, secondo cui il "primo albero di capodanno" fu addobbato nella città nel 1510).
Precedentemente a questa prima apparizione "ufficiale" dell'albero di Natale si può però trovare anche un gioco religioso medioevale celebrato proprio in Germania il 24 dicembre, il "gioco di Adamo e di Eva" (Adam und Eva Spiele), in cui venivano riempite le piazze e le chiese di alberi di frutta e simboli dell'abbondanza per ricreare l'immagine del Paradiso. Successivamente gli alberi da frutto vennero sostituiti da abeti poiché questi ultimi avevano una profonda valenza "magica" per il popolo. Avevano specialmente il dono di essere sempreverdi, dono che secondo la tradizione gli venne dato proprio dallo stesso Gesù come ringraziamento per averlo protetto mentre era inseguito da nemici. Non a caso, sempre in Germania, l'abete era anche il posto in cui venivano posati i bambini portati dalla cicogna.
Secondo altre fonti [8] l'albero di natale come è conosciuto oggi sarebbe originario della regione di Basilea in Svizzera dove se ne trovano tracce risalenti al XIII secolo.
L'usanza, originariamente intesa come legata alla vita pubblica, entrò nelle case nel XVII secolo ed agli inizi del secolo successivo era già pratica comune in tutte le città della Renania. L'uso di candele per addobbare i rami dell'albero è attestato già nel XVIII secolo.

Francobolli natalizi del 2007 (Ucraina)
Per molto tempo, la tradizione dell'albero di Natale rimase tipica delle regioni a nord del Reno, mentre era meno diffusa nelle regioni germaniche più a sud, dove i cattolici lo consideravano un uso protestante. Furono gli ufficiali prussiani, dopo il Congresso di Vienna, a contribuire alla sua diffusione negli anni successivi. A Vienna l'albero di Natale apparve nel 1816, per volere della principessa Henrietta von Nassau-Weilburg, ed in Francianel 1840, introdotto dalla duchessa di Orléans. Nei primi anni del secolo inoltre in Svizzera e Germania si iniziò a produrre e a commerciare gli alberi di natale, che divennero così parte del consumismo.
Un contributo decisivo alla sua diffusione venne anche dalla Gran Bretagna: a metà del XIX secolo, infatti, il principe Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha, marito della regina Vittoria, date le sue origini germaniche volle introdurre nelle proprie residenze l'uso a lui familiare dell'albero di Natale; la novità si estese presto come una moda in tutto il Regno Unito, e da lì a tutto il mondo anglosassone.[9]
In Italia la prima ad addobbare un albero di Natale fu la regina Margherita nella seconda metà dell'Ottocento al Quirinale, e da lei la moda si diffuse velocemente in tutto il paese: non a caso l'albero di Natale è una delle poche tradizioni straniere ad essere arrivate in Italia prima della sua diffusione, di tipo più consumistico, del secondo dopoguerra.
Nei primi anni del Novecento gli alberi di Natale hanno conosciuto un momento di grande diffusione, diventando gradualmente quasi immancabili nelle case dei cittadini sia europei che nordamericani, e venendo a rappresentare il simbolo del Natale probabilmente più comune a livello planetario. Nel dopoguerra il fenomeno ha acquisito una dimensione commerciale e consumistica senza precedenti, che ha fatto dell'albero di Natale un potenziale status symbol e ha dato luogo, insieme alle tradizioni correlate, alla nascita di una vera e propria industria dell'addobbo i bambini la sera del 24 dicembre mettono un piattino con dei biscotti per babbo natale e delle carote per le sue renne, poi vanno a dormire e aspettano che babbo natale metta dei regali sotto l'albero di natale. La mattina seguente scartano i regali.

La coltivazione dell'albero di Natale

Coltivare pini, abeti rossi ed abeti sempreverdi da vendere durante le festività natalizie, è una attività lavorativa ben radicata nei paesi anglofoni, in particolar modo negli Stati Uniti d'America ed in Canada.
La prima azienda specializzata nella coltivazione di alberi natalizi nacque nel 1901 negli Stati Uniti, più precisamente nello Stato del New Jersey[10]. Tuttavia sino a circa il 1940 la quasi totalità dei cittadini americani continuò, durante le festività, a tagliare i propri alberi dalle foreste. Questo poichè, nell'immaginario collettivo di allora, gli alberi coltivati dalle aziende private erano percepiti come alberi di medio-bassa qualità. Tale visione è poi gradualmente cambiata col procedere del XX secolo, sopratutto grazie alle innovazioni colturali e tecnologiche avvenute nel settore agricolo.
A partire dal 1950 si è poi assistito ad un costante aumento delle aziende attive in questo settore, sospinte sopratutto da una sempre maggiore domanda, anche a seguito della crescente urbanizzazione del cittadino americano.
Sino all'inizio degli anni '80 il mercato degli alberi natalizi vide una continua espansione, per poi iniziare lentamente a contrarsi sul finire dello stesso decennio. Ciononostante, ad oggi circa il 98% degli alberi natalizi vivi venduti in giro per il mondo provengono da aziende di coltivazione specializzate.

Impatti culturali della coltivazione


Alberi natalizi in vendita provenienti da una coltivazione specializzata
Col passare dei decenni, visitare queste aziende nel periodo pre natalizio è divenuta una vera e propria tradizione americana, con le stesse aziende che hanno favorito ed incoraggiato il più possibile questa tendenza.
Ad esempio nello Stato del Minnesota, è una vera tradizione familiare quella di scattarsi delle fotografie sotto gli alberi natalizi, appena prima di essere acquistati. Le famiglie possono inoltre "prenotare" degli alberi per gli anni a venire, che saranno tagliati solo quando l'acquirente sarà soddisfatto della grandezza dell'albero.
Esistono poi aziende che, servendo intere famiglie per generazioni, sono divenute dei veri e propri punti di riferimento per le festività di molti cittadini.
Tra le molte opportunità offerte da queste aziende, vi è anche quella di poter tagliare da se l'albero natalizio prescelto. Ma non solo: durante il periodo natalizio, all'interno di queste coltivazione, non è inusuale trovare la casa di Babbo Natale, dove oltre alle fotografie e alle letterine portate dai bambini viene anche offerto ai visitatori del sidro di mele o della cioccolata calda. In alcune delle aziende più grandi si organizzano anche delle corse su slitte trainate da cani o cavalli.
Le imprese coltivatrici si sono quindi aperte al pubblico, ed hanno affiancato alla propria attività commerciale una sfera del tutto emozionale, maggiormente accattivante per le famiglie che intendono raggiungere con i propri prodotti.
Contrariamente a quanto si possa credere, negli Stati Uniti ci sono delle associazioni che sostengono l'utilizzo di alberi natalizi vivi, rispetto a quelli artificiali. Ad esempio la National Christmas Tree Association (NCTA) ha dichiarato che ogni ettaro di alberi natalizi in coltivazione produce giornalmente una quantità d'ossigeno bastevole per circa 39 persone, e che l'attuale produzione americana (circa 200.000 ettari) produce ossigeno giornaliero per circa 9 milioni di cittadini[11].

Il Chichilaki

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Chichilaki.
Il Chichilaki è un particolare tipo di albero di Natale, prodotto in Georgia sfogliando rami di nocciolo o di noce, ottenendo così un ramo con delle fronde arricciate molto leggere, a cui vengono attaccati frutti secchi.

Galleria d'immagini

Note

  1. ^ Luciano Pelliccioni di Poli, L'albero di Natale ed altri miti arborei, Libri del Graal, Libreria romana, 1993, pag. 11-12.
  2. ^ Copia archiviata, su rivistasherwood.itURL consultato il 30 dicembre 2014 (archiviato dall'url originale il 30 dicembre 2014).
  3. ^ Cfr. voce "Albero" in Edouard Urech, "Dizionario dei simboli cristiani", edizioni Arkeios, 1972.
  4. ^ Pascale Marson, "Conoscere le religioni e le loro feste", Ed. Paoline, 2001, pagg. 80-81.
  5. ^ Jacopo da VarazzeL'invenzione della Croce in Leggenda Aurea, trad.it., libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1990, vol. primo, p.360 ss.)
  6. ^ Alfredo CattabianiFlorari. Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori, Milano, 1996, pp.303 ss.
  7. ^ Claudio Bonvecchio, Filosofia del NataleL'itinerario di un simbolo, pag. 45, edizioni Albo Versorio, Milano, 2014.
  8. ^ O Tannenbaum, su baz.ch/URL consultato il 21 dicembre 2016.
  9. ^ diocesi.milano.ithttp://www.diocesi.milano.it/calendario/novena/storia.aspURL consultato il 7/1/2014.
  10. ^ nytimes.comhttp://www.nytimes.com/1990/12/02/nyregion/off-to-the-farm-for-a-christmas-tree.html.
  11. ^ National Christmas Tree Association, Real Christmas Trees are a Benefit to the Environment.