domenica 16 ottobre 2016

Il neopuritanesimo selettivo della Sinistra politically correct asservita al grande capitale finanziario

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Un tempo si parlava di "tolleranza repressiva". Marcuse sosteneva che la tolleranza non fosse altro che un mascheramento della repressione, un mezzo per perpetuare il dominio degli oppressori sugli oppressi. Affermando che, all'interno di una società repressiva, i movimenti progressisti che accettano le regole del gioco diventano essi stessi strumenti di schiavitù, il filosofo arrivava a teorizzare l'esistenza di un "diritto naturale" per le minoranze oppresse di usare mezzi extralegali qualora i legali avessero si fossero rivelati insufficienti (teoria della soppressione del regresso). A questo concetto è direttamente collegata la teoria della tolleranza discriminatoria, secondo la quale l'unico modo per spezzare la tirannia degli oppressori (i quali godono, ormai, del sostegno dell'opinione pubblica, imbrigliata e indottrinata) sarebbe ritirare la tolleranza verso i movimenti regressivi, promuovendo così la sovversione.
Da allora è passata una generazione e le minoranze di cui parlava Marcuse sono riuscite, nell'arco degli ultimi dieci anni, non solo ad ottenere i diritti civili e a portare avanti una sorta di rivoluzione culturale permanente, ma anche, in molti paesi, ad assumere il controllo del potere politico.
Lo strumento con cui questa presa di potere è avvenuta è stato il settore delle telecomunicazioni.
Il primo passaggio della rivoluzione culturale dei costumi, premessa indispensabile per la presa di potere delle minoranze, è stato quello della secolarizzazione e mercificazione materialista ed edonista della civiltà da parte della televisione.
In Italia questa rivoluzione avvenne in maniera molto rapida e spazzò via gran parte delle culture tradizionali che sopravvivevano nelle varie regioni e località della penisola e delle isole.
Apparentemente sembrava un fenomeno progressista, ma già allora Pasolini metteva in guardia gli entusiasti della secolarizzazione edonistica, indicandone il rischio principale, ossia una forma di omologazione totalitaria molto più schiacciante di quelle del passato.
Scriveva Pasolini: “Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane”.
Questa feroce critica di Pasolini al sistema consumista e al totalitarismo massmediatico, se al tempo poteva apparire un po' forzata, oggi è più che mai attuale, visto l’attuale dominio assoluto della società dell’immagine con la conseguente mercificazione totalizzante di tutti o quasi gli aspetti della vita. La televisione infatti, dal fine pedagogico che gli veniva attribuito agli esordi, è finita con il diventare una vera e propria “arma di distrazione di massa”, con la priorità assoluta data solamente al semplice intrattenimento e con l’utilizzo di un’informazione volutamente manipolata e plasmata, al fine di condizionare sempre di più le scelte dei fruitori, oggi più che mai semplici ” consumatori”.
Ma la televisione fu solo il primo dei tanti mezzi usati dal sistema consumista per perpetuarsi e consolidare la propria influenza, oggi praticamente totale, grazie al concomitante avvento di internet e del telefoni cellulari, che si sono poi fusi in un'unica realtà con l'introduzione dello smartphone e il successo totale dei social network.
 Le riflessioni di Pasolini sono oggi più che mai attuali e possono servire come spunto di riflessione per la creazione di una società che vada oltre l’obsoleto modello consumista, e sul campo della comunicazione, per un’informazione che rifiuti la mercificazione attuale e sia per quanto possibile libera,indipendente e consapevole. “
Non è un caso il fatto che Pasolini si sia schierato contro la Contestazione del '68 e contro gli studenti figli di papà ricchi che prendevano a sassate i poliziotti figli di proletari.
Chiunque abbia approfondito lo studio storico della società capitalista sa bene che la Contestazione sessantottina non ha combattuto il capitalismo, ma anzi ne è stata un'inconsapevole alleata che, spazzando via ogni tipo di valore tradizionale non conforme alla società dei consumi, ha accelerato il successo del mercato neoliberista, basato su un'atomizzazione della società in tanti consumatori isolati e sradicati dal contesto famigliare, locale, nazionale e valoriale (in particolare riguardo ai valori tradizionali).
L'homo oeconomicus liberista e neoliberista è un lavoratore consumatore astrattamente slegato dal contesto, che ragiona esclusivamente in termini di utilità e piacere.
L'utilitarismo degli economisti classici anglosassoni, l'edonismo della società dei consumi e il monetarismo dell'ortodossia neoliberista, che erano stati inizialmente sostenuti dalla destra liberale, ora hanno deciso di puntare tutto sulla sinistra radical-chic.
Ecco allora il trionfo di Obama, di papa Francesco, di Matteo Renzi e presto anche quello di Hillary Clinton.
I radical-chic sono euforici per quella che credono essere una loro personale vittoria nell'ambito dell'ennesima Rivoluzione Culturale volta a distruggere l'oppressione delle minoranze o delle categorie sociali che si consideravano oppresse (donne, comunità Lgbt, minoranze etniche o religiose).

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(Nell'immagine qui sotto si può vedere sintetizzato il simbolo delle correnti di pensiero che hanno assunto l'egemonia culturale: femminismo, teoria gender o transgender riferibile alla comunità Lgbt, multiculturalismo con preferenza verso i non-bianchi e i non-cristiani, simboleggiato dal pugno che, oltre al movimento femminista, richiama quello del Black Life Matters)

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Il problema è che qui si è andati ben oltre il rispetto dei diritti civili delle suddette minoranze, le quali, forti dell'appoggio del grande capitale e quindi anche dei mass media e dei social network, hanno imposto, tramite l'industria culturale (informazione, educazione, spettacolo) e il braccio giudiziario di una magistratura culturalmente "progressista", hanno imposto la dittatura del linguaggio "politicamente corretto", fino ad arrivare al punto di impedire la libertà di espressione e di pensiero di coloro che la pensano diversamente dal punto di vista politico.
Insomma si è arrivati ad una sorta di "razzismo al contrario", in cui chi non è d'accordo con la nuova sinistra radical-chic viene immediatamente zittito ed emarginato.
Ma il paradosso più grande e più assurdo è che proprio coloro che per anni avevano propugnato l'apertura mentale, ora si comportano come rigidi custodi di un'ortodossia benpensante e neopuritana.
Se un uomo fa un apprezzamento verso la bellezza fisica di una donna è immediatamente bollato come sessista.
Se poi questo uomo è bianco, conservatore, eterosessuale, contrario all'immigrazione, e il suo apprezzamento aveva assunto le forme di una battuta provocatoria alla Oscar Wilde, allora i neopuritani riservano a lui lo stesso trattamento che fu riservato ad Oscar Wilde.
I nuovi vittoriani sono i radical-chic politicamente corretti della sinistra liberal e globalista, e la nuova regina Vittoria è naturalmente Hillary Clinton.

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Un tempo si parlava di "tolleranza repressiva". Marcuse sosteneva che la tolleranza non fosse altro che un mascheramento della repressione, un mezzo per perpetuare il dominio degli oppressori sugli oppressi. Affermando che, all'interno di una società repressiva, i movimenti progressisti che accettano le regole del gioco diventano essi stessi strumenti di schiavitù, il filosofo arrivava a teorizzare l'esistenza di un "diritto naturale" per le minoranze oppresse di usare mezzi extralegali qualora i legali avessero si fossero rivelati insufficienti (teoria della soppressione del regresso). A questo concetto è direttamente collegata la teoria della tolleranza discriminatoria, secondo la quale l'unico modo per spezzare la tirannia degli oppressori (i quali godono, ormai, del sostegno dell'opinione pubblica, imbrigliata e indottrinata) sarebbe ritirare la tolleranza verso i movimenti regressivi, promuovendo così la sovversione.
Da allora è passata una generazione e le minoranze di cui parlava Marcuse sono riuscite, nell'arco degli ultimi dieci anni, non solo ad ottenere i diritti civili e a portare avanti una sorta di rivoluzione culturale permanente, ma anche, in molti paesi, ad assumere il controllo del potere politico.
Lo strumento con cui questa presa di potere è avvenuta è stato il settore delle telecomunicazioni.
Il primo passaggio della rivoluzione culturale dei costumi, premessa indispensabile per la presa di potere delle minoranze, è stato quello della secolarizzazione e mercificazione materialista ed edonista della civiltà da parte della televisione.
In Italia questa rivoluzione avvenne in maniera molto rapida e spazzò via gran parte delle culture tradizionali che sopravvivevano nelle varie regioni e località della penisola e delle isole.
Apparentemente sembrava un fenomeno progressista, ma già allora Pasolini metteva in guardia gli entusiasti della secolarizzazione edonistica, indicandone il rischio principale, ossia una forma di omologazione totalitaria molto più schiacciante di quelle del passato.
Scriveva Pasolini: “Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane”.
Questa feroce critica di Pasolini al sistema consumista e al totalitarismo massmediatico, se al tempo poteva apparire un po' forzata, oggi è più che mai attuale, visto l’attuale dominio assoluto della società dell’immagine con la conseguente mercificazione totalizzante di tutti o quasi gli aspetti della vita. La televisione infatti, dal fine pedagogico che gli veniva attribuito agli esordi, è finita con il diventare una vera e propria “arma di distrazione di massa”, con la priorità assoluta data solamente al semplice intrattenimento e con l’utilizzo di un’informazione volutamente manipolata e plasmata, al fine di condizionare sempre di più le scelte dei fruitori, oggi più che mai semplici ” consumatori”.
Ma la televisione fu solo il primo dei tanti mezzi usati dal sistema consumista per perpetuarsi e consolidare la propria influenza, oggi praticamente totale, grazie al concomitante avvento di internet e del telefoni cellulari, che si sono poi fusi in un'unica realtà con l'introduzione dello smartphone e il successo totale dei social network.
 Le riflessioni di Pasolini sono oggi più che mai attuali e possono servire come spunto di riflessione per la creazione di una società che vada oltre l’obsoleto modello consumista, e sul campo della comunicazione, per un’informazione che rifiuti la mercificazione attuale e sia per quanto possibile libera,indipendente e consapevole. “
Non è un caso il fatto che Pasolini si sia schierato contro la Contestazione del '68 e contro gli studenti figli di papà ricchi che prendevano a sassate i poliziotti figli di proletari.
Chiunque abbia approfondito lo studio storico della società capitalista sa bene che la Contestazione sessantottina non ha combattuto il capitalismo, ma anzi ne è stata un'inconsapevole alleata che, spazzando via ogni tipo di valore tradizionale non conforme alla società dei consumi, ha accelerato il successo del mercato neoliberista, basato su un'atomizzazione della società in tanti consumatori isolati e sradicati dal contesto famigliare, locale, nazionale e valoriale (in particolare riguardo ai valori tradizionali).
L'homo oeconomicus liberista e neoliberista è un lavoratore consumatore astrattamente slegato dal contesto, che ragiona esclusivamente in termini di utilità e piacere.
L'utilitarismo degli economisti classici anglosassoni, l'edonismo della società dei consumi e il monetarismo dell'ortodossia neoliberista, che erano stati inizialmente sostenuti dalla destra liberale, ora hanno deciso di puntare tutto sulla sinistra radical-chic.
Ecco allora il trionfo di Obama, di papa Francesco, di Matteo Renzi e presto anche quello di Hillary Clinton.
I radical-chic sono euforici per quella che credono essere una loro personale vittoria nell'ambito dell'ennesima Rivoluzione Culturale volta a distruggere l'oppressione delle minoranze o delle categorie sociali che si consideravano oppresse (donne, comunità Lgbt, minoranze etniche o religiose).

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(Nell'immagine qui sotto si può vedere sintetizzato il simbolo delle correnti di pensiero che hanno assunto l'egemonia culturale: femminismo, teoria gender o transgender riferibile alla comunità Lgbt, multiculturalismo con preferenza verso i non-bianchi e i non-cristiani, simboleggiato dal pugno che, oltre al movimento femminista, richiama quello del Black Life Matters)

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Il problema è che qui si è andati ben oltre il rispetto dei diritti civili delle suddette minoranze, le quali, forti dell'appoggio del grande capitale e quindi anche dei mass media e dei social network, hanno imposto, tramite l'industria culturale (informazione, educazione, spettacolo) e il braccio giudiziario di una magistratura culturalmente "progressista", hanno imposto la dittatura del linguaggio "politicamente corretto", fino ad arrivare al punto di impedire la libertà di espressione e di pensiero di coloro che la pensano diversamente dal punto di vista politico.
Insomma si è arrivati ad una sorta di "razzismo al contrario", in cui chi non è d'accordo con la nuova sinistra radical-chic viene immediatamente zittito ed emarginato.
Ma il paradosso più grande e più assurdo è che proprio coloro che per anni avevano propugnato l'apertura mentale, ora si comportano come rigidi custodi di un'ortodossia benpensante e neopuritana.
Se un uomo fa un apprezzamento verso la bellezza fisica di una donna è immediatamente bollato come sessista.
Se poi questo uomo è bianco, conservatore, eterosessuale, contrario all'immigrazione, e il suo apprezzamento aveva assunto le forme di una battuta provocatoria alla Oscar Wilde, allora i neopuritani riservano a lui lo stesso trattamento che fu riservato ad Oscar Wilde.
I nuovi vittoriani sono i radical-chic politicamente corretti della sinistra liberal e globalista, e la nuova regina Vittoria è naturalmente Hillary Clinton.


Il neopuritanesimo selettivo della Sinistra politically correct asservita al grande capitale finanziario

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Da allora è passata una generazione e le minoranze di cui parlava Marcuse sono riuscite, nell'arco degli ultimi dieci anni, non solo ad ottenere i diritti civili e a portare avanti una sorta di rivoluzione culturale permanente, ma anche, in molti paesi, ad assumere il controllo del potere politico.
Lo strumento con cui questa presa di potere è avvenuta è stato il settore delle telecomunicazioni.
Il primo passaggio della rivoluzione culturale dei costumi, premessa indispensabile per la presa di potere delle minoranze, è stato quello della secolarizzazione e mercificazione materialista ed edonista della civiltà da parte della televisione.
In Italia questa rivoluzione avvenne in maniera molto rapida e spazzò via gran parte delle culture tradizionali che sopravvivevano nelle varie regioni e località della penisola e delle isole.
Apparentemente sembrava un fenomeno progressista, ma già allora Pasolini metteva in guardia gli entusiasti della secolarizzazione edonistica, indicandone il rischio principale, ossia una forma di omologazione totalitaria molto più schiacciante di quelle del passato.
Scriveva Pasolini: “Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè – come dicevo – i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane”.
Questa feroce critica di Pasolini al sistema consumista e al totalitarismo massmediatico, se al tempo poteva apparire un po' forzata, oggi è più che mai attuale, visto l’attuale dominio assoluto della società dell’immagine con la conseguente mercificazione totalizzante di tutti o quasi gli aspetti della vita. La televisione infatti, dal fine pedagogico che gli veniva attribuito agli esordi, è finita con il diventare una vera e propria “arma di distrazione di massa”, con la priorità assoluta data solamente al semplice intrattenimento e con l’utilizzo di un’informazione volutamente manipolata e plasmata, al fine di condizionare sempre di più le scelte dei fruitori, oggi più che mai semplici ” consumatori”.
Ma la televisione fu solo il primo dei tanti mezzi usati dal sistema consumista per perpetuarsi e consolidare la propria influenza, oggi praticamente totale, grazie al concomitante avvento di internet e del telefoni cellulari, che si sono poi fusi in un'unica realtà con l'introduzione dello smartphone e il successo totale dei social network.
 Le riflessioni di Pasolini sono oggi più che mai attuali e possono servire come spunto di riflessione per la creazione di una società che vada oltre l’obsoleto modello consumista, e sul campo della comunicazione, per un’informazione che rifiuti la mercificazione attuale e sia per quanto possibile libera,indipendente e consapevole. “
Non è un caso il fatto che Pasolini si sia schierato contro la Contestazione del '68 e contro gli studenti figli di papà ricchi che prendevano a sassate i poliziotti figli di proletari.
Chiunque abbia approfondito lo studio storico della società capitalista sa bene che la Contestazione sessantottina non ha combattuto il capitalismo, ma anzi ne è stata un'inconsapevole alleata che, spazzando via ogni tipo di valore tradizionale non conforme alla società dei consumi, ha accelerato il successo del mercato neoliberista, basato su un'atomizzazione della società in tanti consumatori isolati e sradicati dal contesto famigliare, locale, nazionale e valoriale (in particolare riguardo ai valori tradizionali).
L'homo oeconomicus liberista e neoliberista è un lavoratore consumatore astrattamente slegato dal contesto, che ragiona esclusivamente in termini di utilità e piacere.
L'utilitarismo degli economisti classici anglosassoni, l'edonismo della società dei consumi e il monetarismo dell'ortodossia neoliberista, che erano stati inizialmente sostenuti dalla destra liberale, ora hanno deciso di puntare tutto sulla sinistra radical-chic.
Ecco allora il trionfo di Obama, di papa Francesco, di Matteo Renzi e presto anche quello di Hillary Clinton.
I radical-chic sono euforici per quella che credono essere una loro personale vittoria nell'ambito dell'ennesima Rivoluzione Culturale volta a distruggere l'oppressione delle minoranze o delle categorie sociali che si consideravano oppresse (donne, comunità Lgbt, minoranze etniche o religiose).

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(Nell'immagine qui sotto si può vedere sintetizzato il simbolo delle correnti di pensiero che hanno assunto l'egemonia culturale: femminismo, teoria gender o transgender riferibile alla comunità Lgbt, multiculturalismo con preferenza verso i non-bianchi e i non-cristiani, simboleggiato dal pugno che, oltre al movimento femminista, richiama quello del Black Life Matters)

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Il problema è che qui si è andati ben oltre il rispetto dei diritti civili delle suddette minoranze, le quali, forti dell'appoggio del grande capitale e quindi anche dei mass media e dei social network, hanno imposto, tramite l'industria culturale (informazione, educazione, spettacolo) e il braccio giudiziario di una magistratura culturalmente "progressista", hanno imposto la dittatura del linguaggio "politicamente corretto", fino ad arrivare al punto di impedire la libertà di espressione e di pensiero di coloro che la pensano diversamente dal punto di vista politico.
Insomma si è arrivati ad una sorta di "razzismo al contrario", in cui chi non è d'accordo con la nuova sinistra radical-chic viene immediatamente zittito ed emarginato.
Ma il paradosso più grande e più assurdo è che proprio coloro che per anni avevano propugnato l'apertura mentale, ora si comportano come rigidi custodi di un'ortodossia benpensante e neopuritana.
Se un uomo fa un apprezzamento verso la bellezza fisica di una donna è immediatamente bollato come sessista.
Se poi questo uomo è bianco, conservatore, eterosessuale, contrario all'immigrazione, e il suo apprezzamento aveva assunto le forme di una battuta provocatoria alla Oscar Wilde, allora i neopuritani riservano a lui lo stesso trattamento che fu riservato ad Oscar Wilde.
I nuovi vittoriani sono i radical-chic politicamente corretti della sinistra liberal e globalista, e la nuova regina Vittoria è naturalmente Hillary Clinton.



La sinistra tradizionale (socialista) è morta: è rimasto il Sinistrismo intollerante, radical-chic e liberal-globalista delle minoranze ricche, influenti o violente



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Prendiamo spunto da una brillante analisi di Ugo Boghetta su "Azione Culturale", di cui riportiamo il link:  http://www.azioneculturale.eu/2016/04/contro-il-sinistrismo/

 Scrive Boghetta:

"Cosmopolitica era il titolo dell’assemblea con cui ha preso avvio Sinistra Italiana, cosmopolitica è un nome, un programma, un’ideologia: il sinistrismo, che è una delle malattie della politica italiana. La sinistra, infatti, non è la soluzione ma un problema. Prima del ’89 il termine sinistra veniva usato in modo generico per indicare i partiti dai socialisti alla sinistra rivoluzionaria, dopo l’89, con la nascita del PDS/DS, il termine nomina un partito.

Il PD di Veltroni va oltre, ma sinistra resta come nome e peso allo tempo stesso, e con la scissione dal PRC, Vendola si aggiunge al treno: Sinistra Ecologia, Libertà. Solo Berlusconi, su indicazione dei sondaggisti, usava il termine comunista. I sistemi elettorali maggioritari polarizzando gli schieramenti hanno favorito questo lessico, e questi passaggi comportano la cooptazione della sinistra nel sistema. Pds/DS, prima, Vendola poi, nascono anticomunisti e anticlassisti, portando ad una visione liberale, con un po’ di ecologia e tanti diritti individuali.

Michèa chiama quest’area liberal-libertaria, in cui i diritti individuali sono un pezzo forte, la vera ideologia del sinistrismo. Non il diritto individuale sacrosanto, ma anche il diritto individuale egocentrico di poter fare tutto, e ogni limite ad esso è fascismo. Se, ad esempio, si fa rilevare che l’utero in affitto può comportare un problema di classe, l’accusa di nazismo è sempre dietro l’angolo. Cosa sarà mai questa anticaglia della questione di classe!?Dall’immaginazione al potere, al potere dell’ipertrofia e dell’io desiderante e consumista.

Elettoralismo e leaderismo ne sono i corollari con il seguito di primarie, ogni progetto forte è abrogato. Così il marxismo e la lettura di classe che avevano imperato per oltre un secolo svaniscono come neve al sole. In questo frullatore sono attratte anche culture comuniste, e ci riferiamo alla decadenza della galassia operaista (Negri, Revelli ecc) e dell’ingraismo (Bertinotti, Vendola ecc ecc ). Il sinistrismo, non a caso, trova terreno fertile negli eventi degli ultimi decenni, e il movimento no-global ne è apoteosi e apparente conferma. Ma, alla fine, l’unico movimento global rimasto è quello del capitale, accompagnato dall’Unione Europea.

L’Unione finanziaria è coperta dallo spinellismo diffuso: gli Stati Uniti d’Europa e il superamento degli Stati vengono visti come un fatto positivo, quasi si trattasse dell’estinzione di marxiana memoria. Ciò senza comprendere che, a differenza della lunga fase storica precedente, è lo stesso capitalismo a demolire una parte delle prerogative statali per avere meno inciampi alla sua libertà totale. Dall’altra lo stato, ancor di più di prima, diventa un comitato d’affari che tutela i loro interessi.

Che l’Unione metta in mora sostanziale e formale le Costituzioni post belliche appare secondario. E se gli Stati Uniti d’Europa, una volta realizzati, relegano le costituzioni nazionali a statuti regionali non importa, così il cosmopolitismo sinistrese diventa funzionale. Contro gli stati nazionali si alimenta il superstato europeo, contro il pubblico si inventa il bene comune e l’euro diventa uno strumento di unione dei popoli: l’internazionalismo monetario. Se si propone la riconquista della sovranità politica economica e monetaria nazionale, allora si è etichettati come fascisti, reazionari, leghisti.

A nulla serve ricordare che il comunismo è sostenitore di tutte le lotte di liberazione nazionali, che Marx, Lenin, Gramsci hanno, in modi e tempi diversi, teorizzato il radicamento nazionale, l’autodeterminazione nazionale, e che dunque l’internazionalismo non è un sottoprodotto del cosmopolitismo borghese ma il rapporto fra proletariati nazionali. Per queste anime belle la nazione è un tabù. Il sinistrismo non ha senso critico, e come il capitalismo è una religione. I dogmi non si discutono, si ripetono come mantra, e anche coloro che condividono la secessione dall’Unione hanno paura a usare il termine nazionale, è un tabù.

Così si usa il termine sovranità popolare anche se in realtà non significa nulla al di fuori della riconquista dell’indipendenza. Tanto per non farsi mancare nulla, infatti, abbiamo anche il sinistrismo di sinistra. Questo è movimentista, “conflittista”, formalmente classista, capace di pensare che la soluzione a tutti i problemi sia un allargamento dei conflitti, e che con l’espandersi di questi ci sia la possibilità di creare un’altra società, mentre il capitalismo deperisce. Così non ha senso più di tanto interrogarsi sull’alternativa, ma basta enunciarlo verbalmente: un altro mondo è possibile o un altro generico socialismo o comunismo sono possibili. Così non ha nemmeno senso interrogarsi sulla strategia, sulla presa del potere dello stato e la loro trasformazione.

Questi due sinistrismi hanno in comune la mancanza di un progetto politico strategico, un percorso con le sue tappe, la transizione, i blocchi sociali. Anche sul tema immigrazione il sinistrismo cosmopolita dà degna prova di se. Il problema non sta più nella rimozione delle cause di questo fenomeno epocale, ovvero le enormi disparità, la rapina economica, le guerre, la fame, l’attrattiva del consumismo, ora si affronta invece tutto dal punto di vista umanitario ed emotivo. Che poi gli sfollati vadano a ingrossare le periferie, siano utilizzati come esercito di riserva per guerre fra poveri non tange nessuno. Che questo porti anche a conflitti culturali, religiosi, comportamentali è un aspetto secondario: la nostra patria è il mondo intero, e la soluzione è il buonismo.

C’è anche un aspetto cinico. Siccome le nostre società hanno bisogno di mano d’opera, di figli, di giovani non importa che siano proprio le società di origine ad aver ancor più bisogno di loro, o che tutti costoro abbiano diritto di vivere in pace a casa loro. Così i confini, i limiti, che servono per costruire le identità, le sole che poi permettono di confrontarsi con l’Altro, sono sostituiti dalle frontiere aperte. Del resto, a questo tipo di sinistra sembra oramai assurdo anche il solo pensare di mettere i confini per imbrigliare i movimenti di capitali e di merci. Viva il liberoscambismo capitalista, viva il mercato dei capitali, delle merci, dei lavoratori. Come si può ben vedere il sinistrismo culturale ed ideologico è l’altra faccia di quel liberismo economico che ha bisogno di individui senza limiti e senza freni.

La sinistra non è opposizione, non è alternativa, ma ciò che impedisce opposizione ed alternativa. È una sinistra che, strutturalmente, non sarà mai popolare. L’incapacità di chiamare le cose col proprio nome ha portato ad una visione fantastica della realtà: auto-illusione, produzione di parole a mezzo di parole. È tempo di rimettere le cose in piedi, i piedi per terra e dare alle parole il loro senso"

(di Ugo Boghetta)

A partire da questa ottima analisi risultano ancora più chiare ed efficaci le parole del già citato
Jean-Claude Michéa:
"La progressione del voto per il Fronte Nazionale tra le classi popolari si spiega innanzitutto con l'incapacità della sinistra di parlare a quella parte della popolazione ". Per Jean-Claude Michéa, infatti, la sinistra contemporanea non ha più nulla a che vedere con la nobile tradizione socialista. Incapace di proporre un'alternativa economica al capitalismo trionfante, ha ripiegato sulle battaglie civili care all'intellighenzia progressista e in sintonia con l'individualismo dominante. Il filosofo francese lo spiega in un breve e interessantissimo saggio intitolato I misteri della sinistra (Neri Pozza, traduzione di Roberto Boi), il cui analizza la deriva progressista dall'ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto. "La sinistra non solo difende ardentemente l'economia di mercato, ma, come già sottolineava Pasolini, non smette di celebrarne tutte le implicazioni morali e culturali. Per la più grande gioia di Marine Le Pen, la quale, dopo aver ricusato il reaganismo del padre, cita ormai senza scrupoli Marx, Jaures o Gramsci! Ben inteso, una critica semplicemente nazionalistica dal capitalismo globale è necessariamente incoerente. Ma purtroppo oggi è la sola  -  nel deserto intellettuale francese  -  che sia in sintonia con quello che vivono le classi popolari".

Killary