giovedì 19 gennaio 2017

Vite quasi parallele. Capitolo 2. La Contea di Casemurate.





Se nella realtà esistesse un equivalente della Contea degli Hobbit, sarebbe senza dubbio la Contea di Casemurate, in Romagna, avente come centro il paese che le dà il nome, un nome strano, ma significativo riguardo al presunto desiderio, da parte dei suoi primi residenti, di non essere disturbati dal resto del mondo.
Secondo le non troppo affidabili Cronache casemuratensi, della maestra elementare Clara Ricci (unica docente della scuola locale), pubblicate nel 1928 a spese del Conte Achille Orsini Balducci di Casemurate, l'etimologia del luogo sarebbe da attribuirsi alla fatto che il villaggio e il castello centrale, fin dalla loro fondazione, nel Medioevo, erano stati cinti di mura così solide da reggere a qualunque calamità, tranne le riforme urbanistiche di fine Ottocento.
L'unico dato relativamente certo consisteva nel fatto che il castello e il villaggio di Casemurate erano sorti presso l'incrocio tra due strade di una certa importanza, e cioè la Cervese, che collegava, e collega tutt'ora la città di Forlì con la cittadina costiera di Cervia, e il Dismano (antica Via Decumana) che collegava e ancor oggi collega le città di Ravenna e di Cesena
Quelle due strade dividono tuttora la Contea di Casemurate in quattro parti, come i Decumani della Contea di Tolkien,
Pare anche assodato che i confini dell'antico feudo casemuratense fossero molto più estesi di quelli dell'attuale frazione, e pertanto il territorio della Contea tradizionale poteva essere all'incirca simile a un cerchio avente come centro l'incrocio tra la Cervese e il Dismano, e un diametro di circa quindici chilometri.
Per quanto, nel 1925, le terre di Casemurate fossero suddivise in varie proprietà più o meno grandi, le Cronache casemuratensi ci ricordano che per molti secoli la signoria territoriale fu nelle mani di un'unica potente famiglia, gli Orsini Balducci, le cui fortune andarono poi decadendo nei secoli.
Le Cronache asseriscono inoltre, senza ombra di dubbio, che la fondazione della Contea di Casemurate si può far risalire alla precisa data del 23 aprile 1278, quando Bertoldo Orsini, nipote di papa Niccolo III (quello con cui Dante ebbe un furente alterco in un Canto dell'Inferno, dopo averlo scambiato per Bonifacio VIII), della potente famiglia romana degli Orsini, fu nominato Conte di Romagna e affidò al fratello minore Bernardo il compito di presidiare la bassa pianura al centro del quadrilatero compreso tra le principali città della Romagna Settentrionale: Ravenna, Forli, Cesena e Cervia.
Fu così che, sempre secondo le Cronache  della Maestra Ricci, nel 1278, Bernardo Orsini costruì una fortezza all'incrocio della Cervese e del Dismano e dove c'era un piccolo, anonimo villaggio, e la cinse di mura, dandole appunto il nome di Case Murate, che divenne poi Casemurate tutto attaccato.
Il documento probante tale atto di fondazione, secondo la scrupolosa indagine della Maestra Ricci, risultava conservato nell'archivio privato del Conte Achille Orsini Balducci di Casemurate, che si proclamava diretto discendente del fondatore Bernardo, basandosi sempre su documenti gelosamente custoditi nel suddetto archivio, talmente segreto che, escludendo il Conte e la Maestra, non era mai stato visto da anima viva.
Del resto, a voler essere del tutto sinceri, non rimanevano tracce archeologiche né delle mura, né del castello, della qual cosa le Cronache colpevolizzavano, testuali parole, "l'iconoclastia positivista e modernista delle pubbliche istituzioni del Regno d'Italia, negli anni successivi all'Unità, nonché la barbarie distruttiva dell'avanguardia futurista", parole che sembravano piuttosto improbabili nell'ambito del lessico pudibondo della Maestra Ricci, mentre esprimevano in pieno l'eloquio infuocato, nonché le idee ardite, del Conte Orsini.
L'unico motivo per cui il contenuto delle Cronache non fu messo in discussione dalla censura fascista potrebbe essere attribuito al numero piuttosto ristretto delle copie stampate, tenendo conto anche delle ristrettezze nelle quali la famiglia Orsini Balducci di Casemurate era venuta a trovarsi.
Se però la sorte degli Orsini pareva inesorabilmente orientata verso la bancarotta, al contrario la sorte della famiglia Ricci, di cui la Maestra Clara faceva parte, era del tutto favorevole, tanto che suo marito Giorgio, agiato agricoltore, stava ampliando i propri possedimenti e accumulando diritti sulle stesse terre del Conte.
E di certo la fortuna dei Ricci di Casemurate era anche legata al fatto che Giorgio Ricci era stato uno dei primi fervidi aderenti del Fascismo, potendo vantare un'amicizia cordiale col Duce in persona, suo coetaneo e romagnolo come lui.
La primogenita di Giorgio Ricci, Caterina, aveva sposato un giovane e promettente avvocato, destinato a diventare Senatore del Regno. 
Il secondogenito, Ettore Ricci, aveva da tempo messo gli occhi addosso alla figlia primogenita del Conte, la bellissima e raffinatissima contessina Diana Orsini Balducci di Casemurate.

Vite quasi parallele. Capitolo 1. Ferdinando Monterovere disarcionato presso l'Orma del Diavolo






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La famiglia Monterovere navigava già in pessime acque quando, in una gelida notte del febbraio 1928, l'ultra-ottuagenario patriarca Ferdinando, di ritorno da una delle sue folli cavalcate in mezzo ai boschi dell'Appennino modenese, fu improvvisamente disarcionato dal suo vecchio ronzino nei pressi di una località che la gente del luogo chiamava, premurandosi di fare i dovuti scongiuri, l'Orma del Diavolo.
Tale nome era legato a un'antica superstizione.
I vecchi raccontavano che proprio in quel punto, migliaia di anni prima, esisteva un'enorme quercia, centro del culto pagano dei Druidi, praticato da alcune tribù dei Galli Boi, sopravvissute alla conquista romana della Gallia Cisalpina. 
Secondo il non troppo affidabile testo "I Galli del Frignano", edito a proprie spese da Luigi Andrea Massoni, erudito preside di una scuola media di Pavullo, in quelle zone dell'alto modenese, i Galli si sarbbero fusi con ciò che restava degli antichissimi Friniati, altra popolazione pre-romana, e pur adeguandosi ad una romanizzazione di facciata, avrebbero coltivato in segreto le antiche tradizioni.



Sempre secondo il testo del Massoni, quella stessa quercia sarebbe stata poi abbattuta per ordine del pio imperatore Teodosio, nell'Anno Domini 389, in seguito alle devote insistenze di sant'Ambrogio, vescovo di Milano.
Poco dopo l'abbattimento dell'antica quercia celtica, incominciarono ad essere avvistati, in quel luogo già considerato fonte di ogni stregoneria, alcuni fenomeni inspiegabili che presto vennero identificati come spiritelli notturni, folletti o elfi o fate del Piccolo Popolo di cui erano piene le leggende della tradizione celtica che, nonostante la colonizzazione romana e la predicazione cristiana, sopravvivevano radicate nell'immaginario collettivo delle piccole comunità dell'entroterra.

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E forse parte di quell'antico sangue celtico scorreva persino nelle vene di Ferdinando Monterovere, boscaiolo che si proclamava discendente di un presunto figlio illegittimo del feldmaresciallo Raimondo Montecuccoli, conte di Querciagrossa e comandante degli eserciti austro-ungarici contro i Turchi Ottomani.
Tuttavia il vecchio Ferdinando, scettico e diffidente per natura, non aveva mai dato troppo credito alle leggende pagane e riteneva che gli unici veri pericoli, in una foresta, fossero i briganti, i lupi, gli orsi e i cinghiali.
Mai e poi mai si sarebbe lasciato convincere da quelle storielle inventate per spaventare i bambini.
E tuttavia quando ritrovarono il suo cadavere e quello del vecchio ronzino, nel tardo pomeriggio del 28 febbraio 1928, nessuno riscontrò tracce di violenza da parte di briganti, lupi, orsi o cinghiali.
Certo, la spiegazione più razionale sarebbe stata che un uomo anziano come lui, di oltre ottant'anni, poteva essere caduto da cavallo per aver perso il controllo delle redini, o per un malore.
Oppure poteva essere stato lo stesso vecchio ronzino ad essere morto e stramazzato a terra, portandosi dietro all'altro mondo il suo padrone, ammesso che esista un altro mondo per i cavalli, per non parlare degli umani.
Il problema era però che il cavallo, nonostante l'età veneranda, si era sicuramente impennato, lasciato sul sentiero impronte sospettosamente profonde, come se avesse visto qualcosa di terrificante.
La vicenda suscitò profondo scalpore tra gli abitanti della zona e rafforzò la loro convinzione sulla natura maledetta di quel luogo e di quel bosco.
Diverse furono le reazioni dei due figli del defunto Ferdinando.
Il primogenito, Enrico, scese a valle, nella Bassa Padana, sfidando le nebbie e rigori degli interminabili inverni e l'afa soffocante, le mosche e le zanzare delle estenuanti estati.
 Il secondogenito, Domenico, si arroccò nelle "wuthering highs" del Monte Cimone.
Difficile dire chi fece la scelta peggiore.